Quando sarà / che chiama la Padrona (la morte) / voglio sentire / se ha la stessa voce / di mamma, premurosa / la mattina: / “Si è fatto tardi, alzati, / tesoro”.
La morte ricorre spesso nelle liriche del Notarmuzi.
Di seguito la recensione di Amedeo Fusco, pubblicata sulla Foce in occasione della morte del Notarmuzi.
In questa fortunatissima lirica di Marco Notarmuzi, tanto fortunata da essere tradotta in castigliano dall’ispanista Gaetano Chiappini: (Cuando sea que a llamar/ pase la Duena/ entender gustarìa/ si la vos es la misma/ de mamà, carinosa, a la manana:/ “Levàntate, tesoro, ya es tarde”:), senza punto perdere di intensità, di musicalità e di ritmo: operazione difficilissimain ogni traduzione, specie in quelle di poesia, in questa lirica, dicevamo, sta uno dei motivi essenziali di tutta la poetica notarmuziana: la serena constatazione e contemplazione della morte. Spesso Marco torna su questo tema e lo fa sempre con un atteggiamento di serenità assoluta, non già per convinzione epicurea di impossibilità d’incrociarla (Se c’è la morte non ci sono io, se ci sono io non c’è lei) o perché si trovi in una dimensione di atarassia, di privazione di ogni turbamento, ma per matura consapevolezza dell’ineluttabilità di una legge, che è legge di natura, di quella natura che vuole Le cingiallegre impegnate in volute acrobatiche, in pirotecniche acrobazie nel cielo, e un falco a rotearvi sopra. Se il dolore, quale lacerante e inevitabile condizione dell’umano sentire, che isola dal consorzio umano come in N-gi abbrusciane le cerque (…pe nu dulore che te straccia l’anema/ chi soffre veramende resta suole – per un dolore che ti strappa l’anima/ chi soffre veramente resta solo) o addirittura estranea dal mondo fisico come in Trema d’Amore ju rame (…ma nenn’è premavera/ se dentre a ju core ferre la bufera – ma non è primavera/ se dentro il cuore imperversa la bufera), è un tratto onnipresente della poetica dell’Autore, se la quiete non è che intervallo e momentaneo intervallo dalla sofferenza, come in ‘Sta tembesta, di fronte alla morte ci si aspetterebbe un atteggiamento tragico del poeta, invece no! Di fronte alla fine, Marco si è sempre posto in termini di totale serenità, una serenità maturata dal fatto che essa è parte del ciclico fluire delle cose; di qui la costante considerazione della morte come parte stessa della vita, in una sorta di continuo memento, anzitutto a sé stessi. Dici memento e pensi al liturgico “memento, homo, quia pulvis est et in pulverem reverteris-ricorda, uomo, che sei polvere e polvere tornerai-“, soffermandoti su un monito che è stato anche autonoma conquista del pensiero classico, se Orazio nelle Odi poteva annotare : “Pulvis et umbra sumus – siamo polvere ed ombra -“. Ecco, questa consapevolezza è onnipresente nell’orizzonte di Marco, che in una delle sue più riuscite architetture poetiche: Spulverizze, con una serie serrata e crescente di senari riesce con pittorica maestria a disegnare un pulviscolo, a far vedere il gioco di luce e di ombra e di polvere, generato da un raggio di sole, affidando a due
novenari di chiusura lo spegnersi dell’effetto: “…spariscene leste arrubbate/ dall’ombra da andonda so’ nate. Spariscono leste rubate/ dall’ombra da cui sono nate”, in una metafora che è sublimemetafora esistenziale. Del resto arriva un momento in cui “… nen ge la po’ nesciuna martenicca. – non riesce a frenarla nessuna martinicca -“, come in La Carrozza, stante lo scorrere inesorabile del tempo, per cui gli anni non fanno in tempo a fiorire che già ingialliscono “…fiuriscene j’enne e già ce fiene gelle“, come in Sambulijenne a viespre, e l’alba non fa in tempo a spuntare da un lago di fumo e ad essere annunciata dalla “gazzarra degli uccelli“, a scriverla con Montale, che “…già è murzente. – già il sole è morente”.
Amedeo Fusco
Dove ci troviamo
San Juenne (San Giovanni): Quartierino intorno alla Piazzetta di Via Silla, dove si affaccia la splendida chiesa, in origine della famiglia Ciancarelli; oggi utilizzata per l’interessante esposizione delle statue religiose, curata dal Museo della lana.

