Biodiversità: proteggere non basta, ora bisogna ripristinare la natura

Per decenni le politiche sulla biodiversità si sono concentrate soprattutto sulla protezione di ciò che resta: parchi, riserve, specie minacciate, habitat di particolare valore. È stato ed è indispensabile. Ma di fronte alla perdita e al degrado degli ecosistemi non basta più impedire nuovi danni: occorre anche ricostruire ciò che è stato compromesso.

È il passaggio dalla conservazione al ripristino della natura. Significa recuperare zone umide, fiumi, foreste, praterie, ecosistemi agricoli e marini; migliorare la connettività ecologica; riportare natura nelle città; favorire il ritorno degli impollinatori; intervenire sugli habitat degradati. Non per ricreare artificialmente un passato immutabile, ma per restituire agli ecosistemi capacità di funzionare, adattarsi e fornire quei servizi dai quali dipendono anche le società umane.

L’Italia si trova proprio ora davanti a questo passaggio. Il Regolamento europeo 2024/1991 sul ripristino della natura, entrato in vigore nell’agosto 2024, obbliga gli Stati membri a predisporre Piani nazionali di ripristino. La prima proposta italiana deve essere trasmessa alla Commissione europea entro il 1° settembre 2026; dopo le osservazioni di Bruxelles, la versione definitiva dovrà essere presentata entro il 1° settembre 2027.

Prima di ripristinare bisogna smettere di degradare

Esiste però un rischio evidente. Ripristinare habitat degradati mentre altrove si continuano a consumare suolo, frammentare ecosistemi, inquinare corsi d’acqua o distruggere habitat significa procedere contemporaneamente in due direzioni opposte. La prima politica per la biodiversità resta quindi evitare nuovi danni.

Significa ridurre consumo di suolo e frammentazione, tutelare le aree naturali ancora integre, limitare le pressioni derivanti dall’inquinamento, rendere più sostenibili agricoltura e gestione forestale, contrastare le specie invasive e integrare maggiormente la biodiversità nelle valutazioni delle nuove infrastrutture.

Il ripristino deve arrivare dopo una gerarchia chiara: prima conservare ciò che funziona, poi migliorare ciò che è degradato, infine ricostruire dove gli ecosistemi sono stati gravemente compromessi.

Restituire spazio ai fiumi e alle zone umide

Fiumi e zone umide sono fra gli ecosistemi più trasformati dalle attività umane, ma sono anche tra quelli che possono offrire maggiori benefici quando vengono ripristinati. Rimuovere barriere obsolete, riconnettere fiumi e pianure alluvionali, recuperare zone umide e ricostruire fasce vegetate lungo i corsi d’acqua può contemporaneamente favorire biodiversità, migliorare la qualità dell’acqua, trattenere carbonio e contribuire alla riduzione del rischio di alluvione.

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