Un capolavoro assoluto, un ‘lento road-movie’che restituisce al corpo il ‘senso’ del mondo e dei sentimenti.
Nel 1989, in un’intervista, il filosofo francese Paul Virilio disse che “un giorno lo spazio-tempo del mondo non sarà più niente, perché noi avremo perso l’estensione e la durata del mondo a causa della velocità”. Quest’affermazione, all’epoca quasi ‘visionaria’, è oggi – in particolare con l’uso ormai diffuso delle reti telematiche – una diagnosi magnifica (e terribile) della realtà. Oggi lo spazio non esiste più, abbattuto dalla velocità con la quale ci muoviamo e comunichiamo.

Il viaggio intrapreso da Alvin Straight (una storia vera), nel film di David Lynch, è certamente particolare, per l’uso del mezzo di locomozione scelto (un piccolo trattorino/tagliaerbe marca “John Deere”) e per la ‘velocità’ relativa (7,8 Km all’ora) che questi permette. Come si vede, come si vive il mondo a quella velocità? Alvin non ha più la patente, non vuole viaggiare in treno o in pullman, egli ‘deve’ andare da solo, perché il suo partire per andare a trovare il fratello colto da infarto, è soprattutto un viaggio di “preghiera, sacrificio, indagine”.

