(seconda parte)
IL GRAN RIFIUTO DI CELESTINO V
Ed è qui che entra in gioco anche il tema del gran rifiuto di Celestino V. Non credo si possa attribuire semplicemente la sua rinuncia al gesto di un vecchio eremita che, dopo pochi mesi, abbandona il papato perché incapace di sopportarne il peso. La vicenda è sicuramente molto più complessa. Nella prospettiva della ricostruzione che stavamo discutendo, il fallimento del progetto di Collemaggio potrebbe aver contribuito alla crisi che culminò nella rinuncia al pontificato. Celestino V fu eletto Papa proprio nel momento in cui la vicenda della Santa Casa stava arrivando alla sua fase decisiva.
La tradizione colloca la traslazione nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294. Pochissimi giorni dopo, il 13 dicembre 1294, Celestino rinunciò al pontificato. Aveva regnato per pochissimo tempo e non era mai arrivato a Roma. È certamente necessario distinguere ciò che è documentato da ciò che appartiene alla ricostruzione interpretativa. Ma proprio questa vicinanza cronologica rende impossibile non interrogarsi sul rapporto tra gli avvenimenti.
LA PERDONANZA E IL BISOGNO DI PERDONO
Ed è anche in questo contesto che assume un significato particolare la Perdonanza Celestiniana. Celestino V emanò la Bolla del Perdono il 29 settembre 1294, concedendo un’indulgenza plenaria a chi, confessato e pentito, fosse entrato nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio nel periodo previsto. La tradizione della Perdonanza è arrivata fino a noi ininterrottamente dal Medioevo ed è stata iscritta nel 2019 nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO. È il riconoscimento internazionale di una tradizione che continua a vivere e che ancora oggi coinvolge l’intera comunità aquilana. Ma nessun riconoscimento, per quanto importante, può spiegare fino in fondo ciò che accade quando una persona attraversa quella Porta Santa. Perché in quel momento la storia smette di essere soltanto storia. Diventa esperienza.

La Perdonanza, dunque, non è semplicemente una celebrazione storica. È un messaggio. È l’idea che il perdono possa essere universale, gratuito, accessibile. Ed è forse proprio per questo che oggi, più che mai, quel messaggio appare necessario. Mi sono anche chiesto, ripensando alla vicenda di Celestino e alla ricostruzione di Frezzotti, se quella Bolla potesse avere avuto per lui anche un significato profondamente personale. Non possiamo affermarlo come fatto storico. Ma nella dimensione della riflessione personale mi viene spontaneo pensare che Celestino potesse sentire il peso di ciò che non era riuscito a compiere: la mancata realizzazione del progetto legato alla Casa di Nazareth, la promessa alla Vergine Maria, le responsabilità assunte e poi le difficoltà incontrate nel suo brevissimo pontificato. Forse il perdono, prima ancora di essere rivolto agli altri, è sempre anche qualcosa che l’uomo deve imparare a concedere a se stesso e Celestino V pensava di avere qualcosa da farsi perdonare, ovvero la mancata promessa alla Vergine Maria ed il mancato realizzo del compito che sentì gli fosse stato affidato da Gregorio X.
LA PERDONANZA DEL 2026 UN EVENTO DA RICORDARE
E mentre concludevamo il nostro argomentare con Gabriella sulla parte storica, non ho potuto non ritornare con il pensiero a come si era svolto tutto quel giorno. Un giorno divenuto memoria. Divenuto preghiera. La perdonanza del 2026 è un evento da ricordare. È rimasta fedele al suo impianto originario, ma ha dimostrato anche una grande capacità organizzativa nel gestire una manifestazione che mette insieme dimensione religiosa, corteo storico, istituzioni e una presenza di pubblico molto elevata.
In un evento così affollato, la cortesia degli operatori del servizio d’ordine ha fatto una grande differenza. Non si è trattato soltanto di garantire sicurezza e viabilità. Si è trattato anche di accogliere e orientare le persone con disponibilità. E questa è una cosa che non voglio dimenticare.
I VOLTI CHE PORTERÒ CON ME
Tornando indietro da San Benedetto del Tronto, dove avevo riaccompagnato a casa l’amica Graziella, mi sono tornati in mente tanti volti. Chi stava alle porte della chiesa. Chi alle transenne. Le volontarie della Croce Rossa. Le Forze dell’Ordine. Gli addetti al servizio d’ordine. Il piazzale di Collemaggio stracolmo. L’ingresso nella Porta Santa. La preghiera. E il mio ringraziare la Grazia per essere lì. Per essere lì, semplicemente. Per essere.
E allora il pensiero è andato al caro bisnonno Ludovico, che in questa chiesa era membro della congregazione. È tornato alla mia infanzia, quando con Nonna Ninetta andavamo in quella CASA DI PIETRA così vicina a quel luogo santo, di cui conserva una fotografia il mio libro L’Aquila bella mia, a trovare i suoi genitori, Ludovico e Berardina, che mi hanno cullato da bambino.
Anche per loro ho pregato. Come ho pregato per chi oggi non è potuto venire. E poi ho pregato per la pace nei cuori di tutti. Perché non riesco proprio a pensare soltanto a me stesso. È più forte di me.
LA PORTA SANTA E IL PERDONO
Una preghiera speciale l’ho rivolta a Pietro da Morrone.
A quell’uomo che, sette secoli fa, volle istituire uno strumento di perdono universale. Uno strumento che, forse, oggi è fondamentale più che mai. Perché viviamo in un tempo nel quale abbiamo bisogno di perdonare. Di essere perdonati. Di riconciliarci. Di ritrovare la pace. Di imparare nuovamente a guardarci negli occhi senza cercare sempre un colpevole. E così, entrando nella Porta Santa, ho pensato che la Perdonanza non fosse soltanto qualcosa da celebrare, ma qualcosa da vivere. Sono entrato con la mia storia. Con i miei ricordi. Con le persone che non ci sono più. Con quelle che non hanno potuto essere presenti. Con le mie fragilità. Con tutto ciò che porto dentro. E mi sono perdonato entrando.
Ed ho perdonato tutto e tutti.
Forse è questo il senso più profondo della Perdonanza. Non soltanto ricordare ciò che è stato. Non soltanto celebrare Celestino. Non soltanto attraversare una Porta Santa. Ma avere il coraggio di uscire da quella porta un po’ diversi da come siamo entrati. Più liberi. Più riconciliati. Più disponibili verso gli altri. Più capaci di comprendere che la pace, quella vera, comincia sempre da dentro di noi.
Mentre ripenso a questa giornata, alla Basilica, alla Porta Santa, alla mia famiglia, alla storia di Pietro da Morrone, ai tanti volti incontrati e a tutti coloro che hanno lavorato come la mia nuova amica Angela perché questa Perdonanza potesse svolgersi nel migliore dei modi, sento di poter dire una cosa semplice.
LA PERDONANZA È ANCORA VIVA.
È viva nella storia. È viva nella fede. È viva nella città. È viva nei suoi giovani, nelle sue istituzioni, nei volontari, nelle Forze dell’Ordine, negli operatori, nei cittadini e nei pellegrini. Ma soprattutto è viva ogni volta che qualcuno sceglie di perdonare. E oggi, attraversando quella Porta Santa, ho sentito ancora una volta quanto questo messaggio di Celestino sia necessario.
La pace e la grazia siano sempre con tutti noi.
Antonio Lera – Scrittore e Psicoterapeuta
