L’AQUILA, 28 AGOSTO 2026 – 732ª PERDONANZA CELESTINIANA
di Antonio Lera – Scrittore e Psicoterapeuta
La giornata clou della Perdonanza Celestiniana, con il Corteo della Bolla, ha visto anche la mia partecipazione perso tra una folla straordinaria, composta da figuranti, rappresentanti istituzionali, appartenenti al mondo associativo e cittadini. Una manifestazione che ancora una volta ha saputo mettere insieme storia, fede, tradizione, istituzioni e partecipazione popolare. Ci sono giornate che non finiscono quando si lascia un luogo. Continuano a vivere dentro di noi attraverso i volti incontrati, le parole ascoltate, le emozioni vissute e i ricordi che, quasi improvvisamente, tornano a riaffiorare. E, a conclusione di questa giornata, sento di poter dire che, a mio avviso, quella del 2026 è destinata a essere ricordata come una delle edizioni migliori di sempre. Non soltanto per la sua capacità di rimanere fedele all’impianto originario della Perdonanza, ma anche per la grande qualità della macchina organizzativa, che ha saputo gestire un evento complesso, affollatissimo e articolato in una molteplicità di momenti, persone e situazioni.

UN RINGRAZIAMENTO A CHI HA GARANTITO SICUREZZA ED ACCOGLIENZA
Desidero rivolgere un sentito ringraziamento a tutto il personale impegnato nel servizio d’ordine della Perdonanza Celestiniana. La gestione dal punto di vista pratico, le transenne, le deviazioni, la gestione della folla, gli accessi a Collemaggio, l’accompagnamento del corteo, il comportamento degli agenti e i tempi di intervento, mi è sembrata particolarmente efficace, soprattutto se confrontata con le edizioni precedenti. Assolutamente impeccabile. Ma c’è un aspetto che ho apprezzato ancora di più: la cortesia e la disponibilità mostrate.
In una manifestazione così importante e affollata non è sufficiente garantire sicurezza e viabilità. È necessario anche saper accogliere, orientare e rassicurare le persone, soprattutto quando la presenza di transenne, accessi regolamentati e grandi flussi potrebbe facilmente generare confusione. E devo dire che oggi questa confusione non c’è stata affatto. Ho visto professionalità, attenzione e, soprattutto, tanta umanità. Il loro modo di lavorare ha contribuito a rendere l’esperienza ancora più serena e piacevole.
In qualità di Ambasciatore della Cultura Italiana, nominato a seguito di un corso specifico organizzato dal Comune dell’Aquila, e di Presidente di AGAPE Accademia Caffè Letterari d’Italia e d’Europa, mi è capitato di ringraziare personalmente, poco prima dell’apertura della Porta Santa, Angela Quintiliani, una delle figure che, a tal proposito, hanno svolto un ruolo centrale nell’intera manifestazione.
L’ho fatto perché ho ritenuto giusto riconoscere pubblicamente una professionalità che si è distinta per attenzione, disponibilità e, soprattutto, per quella cortesia verso le persone che in un evento di queste dimensioni non è affatto scontata. È bello poter dire quando un servizio funziona bene. Ed è ancora più bello poterlo dire quando, dietro quel servizio, ci sono persone che svolgono il proprio lavoro con professionalità, umanità e gentilezza.
UN INCONTRO CHE DIVENTA RIFLESSIONE
Mentre uscivamo dalla Chiesa, soddisfatti e ancora profondamente coinvolti da ciò che avevamo appena vissuto, abbiamo incontrato il Senatore Guido Quintino Liris, di una affabilità davvero unica. Con Gabriella Carassi, psicoanalista e scrittrice, abbiamo poi dissertato sulle varie tesi storiografiche riguardanti la Santa Casa di Loreto e, in particolare, sulla ricostruzione sviluppata da Fernando Frezzotti nel volume La Via degli Angeli. La traslazione delle Pietre della Santa Casa.
È una ricostruzione che, proprio per la sua particolarità, deve essere tenuta distinta dalle fonti e dalla tradizione ufficiale del Santuario di Loreto. Secondo la tesi di Frezzotti, infatti, la Santa Casa di Nazareth non sarebbe stata destinata originariamente a Loreto. La destinazione prevista sarebbe stata L’Aquila, precisamente la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, alla cui costruzione e consacrazione Pietro da Morrone, futuro Celestino V, era profondamente legato. La ricostruzione individua proprio in Collemaggio il luogo che Pietro avrebbe concepito come destinazione della Casa di Nazareth. Ed è una prospettiva che, se letta insieme alla storia di Pietro da Morrone, apre scenari di grande interesse. Secondo questa ricostruzione, Pietro da Morrone avrebbe visto in sogno la Vergine Maria nel luglio del 1274. L’apparizione sarebbe avvenuta al suo ritorno da Lione e la Madonna gli avrebbe indicato proprio Collemaggio, il luogo esatto nel quale erigere la basilica. La chiesa, in questa interpretazione, sarebbe stata concepita fin dal principio anche in funzione dell’accoglienza della dimora terrena di Gesù, salvata dalla Terrasanta.

Inoltre, durante il Concilio di Lione, Papa Gregorio X avrebbe rivelato a Pietro i piani della Chiesa per mettere in salvo le reliquie della cristianità dall’avanzata mamelucca in Terrasanta. Pietro da Morrone avrebbe dunque assunto l’impegno di dare seguito a queste altissime richieste. Nel ventennio compreso tra il 1274 e il 1294, Pietro visse un periodo di straordinaria espansione spirituale e organizzativa. Da semplice eremita isolato divenne progressivamente il leader di una comunità monastica destinata a trasformarsi in un ordine di grande successo. Pietro si dedicò intensamente alla strutturazione della propria congregazione, quella dei frati di Pietro da Morrone, che sarebbero poi stati conosciuti come Celestini. Sotto la sua guida, la congregazione crebbe fino a comprendere numerosi eremi e monasteri disseminati tra Abruzzo, Molise e Puglia, attirando centinaia di seguaci.
Pietro coordinò inoltre lo sviluppo della grande Abbazia di Santo Spirito al Morrone, nei pressi di Sulmona, destinata a diventare il cuore amministrativo della congregazione. Ma, nonostante questa straordinaria crescita, la sua anima rimase quella di un eremita.
COLLEMAGGIO, LA PROMESSA E LA MISSIONE
Pietro, tuttavia, avrebbe voluto mantenere fede alla promessa fatta alla Vergine Maria e dare seguito anche ai progetti collegati a Gregorio X. Coinvolgendo la comunità aquilana e le autorità locali nel finanziamento e nella realizzazione dell’imponente edificio sacro, diede avvio alla grande impresa di Santa Maria di Collemaggio. Il cantiere della basilica fu avviato e Collemaggio sarebbe diventata il capolavoro spirituale legato alla figura di Pietro da Morrone e, successivamente, il luogo simbolo della Perdonanza. Nel frattempo, però, il peso delle responsabilità materiali dell’ordine diventava sempre più gravoso. Pietro decise quindi di delegarne la gestione pratica agli altri monaci e si ritirò in isolamento quasi totale nell’impervio Eremo di Sant’Onofrio al Morrone, arroccato sulla roccia sopra Sulmona.
Fu proprio lì che, nel luglio del 1294, lo raggiunse la delegazione dei cardinali per annunciargli l’inaspettata elezione al soglio pontificio. Pietro da Morrone divenne così Papa il 29 agosto 1294, proprio nella sua basilica aquilana, assumendo il nome di Celestino V.
LA SANTA CASA E LA VIA DEGLI ANGELI
Nel frattempo era iniziato il lungo viaggio della Casa di Gesù. Secondo la ricostruzione di Frezzotti, la Casa sarebbe stata smontata in Terrasanta e trasferita attraverso una serie di tappe nell’area bizantino-balcanica. Nel 1291 sarebbe arrivata ad Arta, in Epiro, dove sarebbe rimasta sotto la protezione della famiglia Angelo-Comneno. Nel 1294, proprio nell’anno dell’elezione di Celestino V, sarebbe stato organizzato il trasferimento verso l’Italia. È qui che la ricostruzione assume un significato particolarmente importante per L’Aquila. Pietro da Morrone, diventato Papa, avrebbe deciso di accettare il pontificato anche per portare a compimento la missione che gli era stata affidata e predisporre un luogo adeguato alla Casa di Nazareth. Avrebbe voluto farla arrivare a L’Aquila e collocarla a Collemaggio.
Ma questo progetto sarebbe stato osteggiato da Carlo II d’Angiò, re di Napoli, per una questione relativa alla legittimità del possesso e della destinazione della reliquia. Secondo la ricostruzione di Frezzotti, il contrasto sarebbe divenuto insormontabile e avrebbe reso impossibile la destinazione aquilana. Celestino, nell’ottobre del 1294, avrebbe quindi modificato l’ordine e inviato messaggeri dall’Aquila al convoglio della Santa Casa, che in quel momento si trovava presso Angeli di Varano, nelle Marche, affinché proseguisse verso il territorio di Recanati. La vicenda dei messaggeri e il loro successivo incontro con Celestino viene collegata, nella ricostruzione di Frezzotti, anche all’origine della Corsa degli Zingari di Pacentro. Secondo questa interpretazione, alcuni messaggeri sarebbero tornati verso Celestino, che in quel periodo si stava dirigendo verso Napoli, incontrandolo nell’area di Pacentro il 12 ottobre 1294.
Celestino, dunque, non avrebbe potuto evitare che la Casa fosse deposta altrove, fino alla sua sistemazione definitiva a Loreto. La ricostruzione attribuisce un ruolo centrale alla dinastia degli Angelo-Comneno, signori dell’Epiro e della Tessaglia, nella gestione materiale del trasferimento delle pietre dalla Palestina all’Europa. La stessa indagine di Frezzotti ricostruisce la traslazione attraverso quattro fasi cronologiche e individua nei diversi passaggi il ruolo di Angioini, Angelo-Comneno, Templari e dei pontefici Gregorio X e Celestino V.
LA TRADIZIONE DI LORETO E LA RICOSTRUZIONE STORICA
È importante, però, non confondere questa ricostruzione con la tradizione ufficiale lauretana. La tradizione religiosa ha tramandato per secoli la traslazione miracolosa della Santa Casa, attribuita agli angeli. La ricostruzione di Frezzotti propone invece una lettura storico-geopolitica della traslazione, nella quale gli “angeli” vengono ricondotti anche al ruolo della famiglia Angelo-Comneno e il trasferimento viene ricostruito attraverso persone, luoghi, itinerari e contesti politici concreti. Secondo Frezzotti, inoltre, la collocazione a Loreto sarebbe stata una soluzione non programmata, subentrata alla destinazione originariamente prevista per Collemaggio. Ed è proprio qui che la storia diventa particolarmente affascinante. Perché Collemaggio e Loreto, nella prospettiva di questa ricostruzione, non sarebbero due luoghi casualmente collegati dalla storia, ma due momenti di una vicenda molto più ampia.
