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Lunedì 26 Ottobre 2009 17:07
Scritto da Giulio Rolando
Dall’Abruzzo a Napoli, e viceversa.
Tra storia, cultura e società un percorso intriso di sentimenti.
Con dedica al Presidente del Premio Scanno, Manfredi Tanturri, nel solco del tempo che lo unisce alle terre dei suoi padri.
Mille e mille i cuori che a Napoli in quella terribile alba del 6 aprile hanno pulsato forte, all’unisono con i fratelli abruzzesi investiti dall’ondata sismica. Io ero tra questi. E non tanto per avere avvertito, anche se debole, il moto della terra, quanto per i tanti ricordi personali che mi legano all’ Abruzzo.
La storia di questa terra è parte integrante delle vicende dell’antica capitale del Regno, anche se ormai per tanti napoletani il senso di cosa sia l’Abruzzo resta solo quello delle gite domenicali sui campi di neve di Roccaraso o, in primavera, del ‘fuoriporta’ sui verdi prati del Pratello e della Piana delle Cinquemiglia. Eppure l’ancestrale legame, descritto compiutamente solo in qualche sede accademica o in qualche più approfondita monografia storica, credo che resta indissolubile nella percezione di larghe fasce di napoletani. Analizzando i personaggi e gli accadimenti cha sullo scenario d’Abruzzo determinarono la sorte stessa di Napoli, dal medioevo sino al Regno d’Italia, è un susseguirsi ininterrotto di riferimenti, di personaggi e di fatti che, se non nella memoria di tutti, certo hanno una traccia nelle sensibilità dei napoletani..
Dai tanti visitatori della Chiesa del Carmine in Piazza del Mercato a Napoli estasiati dinanzi al monumento funebre di Corradino di Svevia, in quella stessa piazza giustiziato nel 1268, si leva la domanda di conoscere la storia di quel giovane ‘ bello, biondo, beato’ cantato dall’Aleardi ed effigiato dal Thorvaldsen. E questa storia ci riporta ai confini di allora del Regno di Napoli, a Tagliacozzo, dove si consumò con la sconfitta del giovane imperatore l’estinzione della dinastia degli Hohenstaufen e l’avvento al trono di Carlo d’Angiò Una pagina di storia piena di significato che, dopo aver infiammato gli animi più romantici del secolo passato, lega i ricordi di Napoli al nome di uno dei comuni abruzzesi ricorrenti nelle cronache dall’epicentro del sisma.
E fu proprio per le indicazioni di re Carlo che Pietro da Morrone, Papa Celestino V, dal 1294 trasferì la sede della Curia da L’Aquila a Napoli fissando la sua residenza in Castel Nuovo, ove fu allestita una piccola stanza, arredata in modo molto spartano e dove egli si ritirava spesso a pregare e a meditare, in vista del mare e dello splendido golfo. A Napoli il Santo della Maiella trascorse un tratto sereno della sua vita terrena.
Allo stesso Santo Pontefice è dedicato uno dei più insigni complessi monumentali del cuore storico di Napoli, attuale sede del Conservatorio, già collegio di Musica, il ben noto San Pietro a Maiella. Seguendo la descrizione accurata che ne ha fatto Ludovico de la Ville sur Yllon in Napoli Nobilissima (vol. XI, fasc. I, gennaio 1902), “il nuovo soffitto fu ornato di quadri di varie forme , cinque nella navata e cinque nella crociera, dipinti tutti da Mattia Preti detto il Cavalier Calabrese. Di quelli della navata due sono rotondi, due rettangolari centinati nei lati corti ed uno ottagonale, nel mezzo, e rappresentano fatti della vita di S.Pietro Celestino. Nel primo è il santo seduto su di un asino, vestito da eremita col camauro in testa e preceduto dal re Carlo I d’Angiò colla croce, e va a prender possesso della sede pontificale circondato da mendicanti, storpi ed ossessi. Segue l’altro, in cui è dipinto l’eremita che prega sulla Maiella ed un angelo gli annuncia la sua assunzione al papato. Gli altri tre rappresentano l’abdicazione del Santo, la tentazione sulla Maiella da due donne nude, ed il Santo portato dagli angeli in cielo”. E ancora, parlando del campanile alto 42 metri, il de la Ville ci fa scoprire che “al secondo piano si vede incastrato lo scudo di S.Pier Celestino col monogramma SPE, sormontato dalla tiara, con doppia riquadratura in alto, mostra essere stato fatto ai principi del secolo XV. Così pure la lunga tavola di marmo con doppia cornice e coll’iscrizione ARMA CEL.V. in caratteri gallo- franchi, mostra nella fioritura
Come si vede, sono tante le tracce indelebili di un rapporto culturale fittissimo tra l’Abruzzo e Napoli. La ricerca potrebbe naturalmente continuare e certo non cesserebbero le sorprese su quanto abbia inciso il carattere di forte e altissima dignità di cui gli abruzzesi hanno lasciato traccia nella storia del Regno di Napoli, ed oggi dell’intero Paese e del mondo.
In un altro momento determinante nella storia del Sud, quando salì sul trono di Napoli Giovanna II (1414-1435), sorella di Ladislao d’Angiò, il carattere forte e deciso degli abruzzesi ebbe un peso determinante. Priva di eredi diretti, Giovanna nominò suo successore prima Alfonso, re d’Aragona, ed in seguito Renato d’Angiò. E sulla vicenda di questa nuova successione al trono si inseriscono le figure determinanti di due abruzzesi e l’ ago della storia di Napoli si sposta ancora una volta tra le valli e le montagne appenniniche. Braccio da Montone e Giacomo Caldora, uniti o avversari che fossero in quel periodo che Ernesto Pontieri definì “Nei tempi grigi della Storia d’Italia” , con le proprie truppe di forti montanari determinarono le sorti del Regno. Nel 1424 – scrive l’insigne mediovalista- durante la battaglia dell’Aquila , durata per più di un anno, il Caldora riuscì ad avere la meglio , Braccio da Montone fu ferito a morte. La potenza crescente del Caldora che aveva assoggettato tutto l’Abruzzo fu vista come una minaccia da Alfonso d’Aragona . Il conflitto si risolse dopo l’assedio di Sulmona. Nel 1442 il Magnanimo riunificò definitivamente il regno di Napoli alla Sicilia.
In epoca più avanzata i legami sociali e culturali con Napoli registrano nuovo impulso. Basti pensare al progressivo insediarsi nella Capitale dei nuclei di potere legati alla presenza delle grandi famiglie feudatarie come i d’Aquino , i Caracciolo, i d’Avalos che vi installarono vere e proprie non piccole corti. La transumanza, poi rappresentò un altro formidabile canale di comunicazione tra l’Abruzzo e il nord della Puglie, dove pure le proprietà latifondiste appartenevano in larga misura alla stessa nobiltà redditiera, ritiratasi a vivere in Napoli Capitale. Nei mille rivoli rappresentati dai tratturi, oltre che uomini e pecore si trasferivano , di stagione in stagione, dal monte al piano, idee, costumi, speranze e valori. La transumanza, in buona misura, ha riguardato l’appennino centro-meridionale. Qui essa è stata un paziente andare “oltre una terra”, Abruzzo, Molise, Terra di Lavoro, Basilicata, verso un “altrove” ricorrente e ben noto: la Puglia. Per secoli uomini e greggi, spinti da ragioni economiche, si sono spostati periodicamente alla ricerca di pascoli più idonei in virtù delle differenze climatiche con il luogo d’origine. Un indissolubile vincolo di natura univa due climi di natura differente. Nelle sue estati implacabili, la Puglia sembrava solo un ossame scarnato e inaridito, perché polpa e sangue le giungevano dalle montagne d’Abruzzo, di Molise, di Campania. Ma nel condurre sé e i propri armenti, i pastori hanno ‘tradotto’ beni materiali e immateriali, valori sociali e spirituali, tradizioni popolari, consuetudini e linguaggi, in due parole, cultura e civiltà.Si generano così nuovi rapporti e nuovi incroci, da cui tante nuove intelligenze.
A Napoli si illustrano, tanto per citare al momento solo i principali, i nomi di Ferdinando Galiani (1728-1727) nato a Chieti fu abate, diplomatico e scrittore, autore dei saggi di economia “La moneta”, “Dialogo sul commercio dei grani” (scritto in francese), “Socrate immaginario” (opera comica) musicata da Paisiello. Gabriele Rossetti (1783-1854), nato a Vasto, poeta e scrittore, che intraprese i suoi studi all’Università di Napoli per volere e col sostegno del marchese d’Avalos. Bertrando e Silvio Spaventa, di Bomba, filosofi entrambi studiosi di Hegel, non dimenticarono mai l’esigenza primaria dello sviluppo delle classi popolari, anche nell’espletamento di delicati incarichi politici di deputato e di ministro.. Edoardo Scarfoglio (1860-1917), nato a Paganica (Aq), narratore, scrittore e giornalista. Fondò il quotidiano Il Mattino insieme a sua moglie Matilde Serao. Cesare de Lollis nato a Casal Incontrada storico e saggista letterario, diresse per molti anni la rivista “La Cultura”. Benedetto Croce (1860-1952), nato a Pescasseroli, storico, filosofo, saggista e critico letterario, erudito politico e maestro di vita morale, il suo lungo cammino influenzò molto la vita culturale italiana ed europea. Buona parte della vita di Benedetto Croce scorre insieme agli eventi che l’hanno caratterizzata: dal terremoto del 1883 a Casamicciola nel quale il filosofo perse i genitori e la sorella, al suo soggiorno ospite dello zio Silvio Spaventa. Periodo questo di non poco significato in quanto proprio dalla casa dello zio, frequentata da politici ed intellettuali, gli vennero gli stimoli maggiori per le ricerche storico-erudite confluite nel saggio “la storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte”. La storia, rappresentazione del reale , veniva collocata dal filosofo accanto all’arte, rappresentazione del possibile. Tra le sue opere non minori la famosa “Storia e leggende napoletane” testimonianza sempre viva del suo attaccamento per la città da cui non volle mai allontanarsi. E che dire di Gioacchino Volpe nato a Paganica nel 1876, storico e saggista, così vicino a Giovanni Gentile, legato a Croce da un rapporto di stretta amicizia poi trasformatosi in incomprensione. Ignazio Silone, nativo di Pescina come il Cardinal Mazzarino, rimasto orfano nel terremoto di Avezzano, scrisse opere che restano pietre miliari nella cultura contadina dell’Abruzzo di ieri e di oggi e che pure, nel suo peregrinare, ebbe rapporti e intensi contatti con Napoli. Su Gabriele D’Annunzio pare superfluo soffermarsi tanto fu grande l’impronta che l ‘’immaginifico’ impresse col suo genio a Napoli, e non solo, lasciando un viatico ad intere generazioni. Al bar Gambrinus ,in piazza San Ferdinando, ai tavoli della magnifica sala affrescata da maestri del colore anch’essi figli d’Abruzzo come i Palizzi, si respira ancora la presenza del Vate che lì ebbe assidue presenze e frequentazioni. Ennio Flaiano, non ultimo, perché la serie degli abruzzesi che Napoli ha saputo accogliere e celebrare per il loro ingegno si è estesa nel tempo, era nato a Pescara a poca distanza da casa D’Annunzio, in quello stesso borgo dove si dipanano le tre strade storiche della vecchia città. Architetto con la vocazione del giornalismo e della letteratura, fu scrittore eclettico di vena moralistica, intendeva l’amore come unica salvezza dell’uomo moderno. Il suo nome divenne famoso con la pubblicazione nel 1947 del romanzo “Tempo di uccidere” con il quale vinse il Premio Strega.
Il coraggio, la severità morale , l’inflessibilità, la coerenza sono le qualità che appartengono a questi pensatori e che essi posero al servizio non solo della propria terra di origine ma, è indispensabile aggiungere, seppero portare con sé dalle zone montane del Gran Sasso o della Maiella in ogni luogo ove si insediassero, in Italia o all’estero (ma quello dell’emigrazione è un capitolo a parte) lasciando ovunque e sempre traccia del carattere orgoglioso e del cuore nobile degli abruzzesi autentici, così come anche nei momenti di sventura e della massima disperazione seppero e sanno dare prova.
Per ben comprendere gli intrinseci legami della gente d’Abruzzo con Napoli, bisogna subito aggiungere che tra la fine dell’800 e il primo ‘900 molti abruzzesi, resi benestanti dalle attività della pastorizia – perché e da là che tutto nasce!- mandarono i loro figli a studiare nelle Università napoletane.
Soccorrono qui i ricordi personali, facilitati dall’elencazione dei comuni abruzzesi da cui si dipartì per quasi due secoli, dalla metà del settecento sino agli inizi del novecento, questo flusso dei figli più meritevoli verso la Capitale borbonica e, poi, comunque del Sud. E il primo riferimento del cambiare dei tempi va al comune di Rocca Pia, dove il primo re d’Italia, in marcia verso Teano per lo storico incontro con Garibaldi, venne raggiunto dal messaggio della nascita della figlia Maia Pia e così l’antico nome di Rocca Vallescura venne tramutato in quello attuale.
Se, come già si è accennato, è quello di Pescasseroli il nome della località più nota, considerata la patria di Benedetto Croce, non si dimentichi che di Montenerodomo, sul versante sangritano, era originaria la famiglia Croce, anche se in effetti il filosofo fu allevato nella casa materna dei Sipari a Pescasseroli e di qui a Napoli attratto anche dai legami di parentela con gli zii Spaventa, a loro volta originari di Bomba nella bassa sangritana. In una miriade di siti abruzzesi si inerpicano le radici di tanti ceppi familiari che diedero vita alla bella epoque di Napoli.
Da Pescara, nota per i natali di d’Annunzio, proveniva la famiglia Carrillo y Salsedo, un cognome spagnolo perché il capostipite vi era approdato al seguito del d’Avalos e quindi all’epoca di Carlo V. Da Paolina Carrillo, la bella di Materdei, ebbe origine un ceppo familiare numerosissimo, insediato originariamente a Portici, costituito dalle famiglie Materi e Bellucci Sessa e di tanti loro discendenti. La vanvitelliana villa Materi, già palazzo Caracciolo di Stigliano, al centro nella piazza di Portici, fu per così dire la culla di questa stirpe numerosa ed eclettica che sfornò nel tempo medici, avvocati, industriali, politici e militari, di cui le cronache della Napoli dell’epoca sono ancora piene. I legami con Pescara del ceppo principale di questa famiglia non si interruppero se non in epoca molto recente, all’indomani della seconda guerra, quando fu distrutta dai bombardamenti la villa baronale sita si posizione panoramicissima sui colli di Pescara. Ed a Pescara, ogni estate si trasferiva gran parte della già allora numerosissima discendenza dei Materi e della loro figlia Rosa Bellucci Sessa e si intrecciavano così sulla romantica spiaggia adriatica nuove affinità con rampolli di altre famiglie abruzzesi, rafforzando così ancora di più i legami di Napoli o, nel caso , di Portici con le discendenze della migliore borghesia locale: la parentela con la famiglia Marcantonio, rappresenta certo una proiezione nel presente di quegli atavici legami.
Da Pescara, o meglio Castellammare Adriatico come allora si chiamava, a Villa Santa Maria il passo non è lungo. E da Villa Santa Maria, sull’altro versante della Maiella, paese peraltro ancora rinomato per l’alta scuola di cucina, scaturisce la stirpe dei Vizioli con cui pure si instaurarono sin dalla metà dell’800 strettissimi legami di parentela. Una delle figlie gemelle della primogenita Paolina Carrillo, Anna, sposò infatti in seconde nozze Raffaele Vizioli, appartenente ad una stirpe di medici- intellettuali, di cui ancor oggi le cronache culturali italiane sono piene: Francesco, eccellente direttore d’orchestra e docente al Conservatorio di Napoli san Pietro a Maiella, Stefano regista teatrale e televisivo. Talenti e creatività atavica intrecciano in quella stirpe l’amore e la propensione per l’arte con la profondità degli studi di medicina. Il primo Francesco Vizioli, don Ciccillo in famiglia, è annoverato tra i fondatori della moderna psichiatria e i suoi discendenti diretti, un altro Francesco, zio Cecco, che di suo zio portava il nome proseguì il solco di studi, e si affermò a Napoli in quanto per lunghi anni Direttore dell’ospedale psichiatrico, ed il suo unico figlio Raffaele sino a pochi anni addietro titolare della cattedra dell’Università di Roma. Se tali, in quella famiglia, furono le espressioni del talento medico, non meno spiccato fu l’intuito e la genialità artistica dell’altro ramo familiare. Gli stretti legami culturali e di profonda amicizia di Raffaele Vizioli con i più grandi artisti dell’ epoca, conterranei d’Abruzzo, Michetti e i Palizzi, ma anche di musicisti insigni, come il Maestro de Nardis e Francesco Cilea, facevano della sua casa a Montesanto un luogo di accoglienza e di ospitalità per i tanti figli d’Abruzzo che verso Napoli, ormai non più capitale ma certo ancora centro di grande attrazione per la borghesia emergente di quella regione. Il legame culturale di questa famiglia con la terra d’origine fece sì che i due figli di Raffaele Vizioli, Cecco e Pasquale, all’indomani della prima guerra mondiale, dove erano stati impegnati in prima linea, sentirono il richiamo del dannunzianesimo e Cecco addirittura fu volontario a Fiume. Mai più allontanatisi da Napoli, interpreti della genialità e della cultura abruzzese più autentica, il nome dei Vizioli di questo ramo resta indelebile nella storia culturale della città. E’ ancora viva in tanti la memoria, specie di chi ne è appassionato cultore, della raccolta d’arte della pittura della scuola abruzzese e di Posillipo che nella casa di via San Pasquale a Chiaia letteralmente tappezzava le pareti di quello studio di Pasquale Vizioli , una autentica wunderkammer dell’arte posillipina. Lo stile e gli arredamenti delle case napoletane di questi abruzzesi tanto sensibili all’arte rappresentano un altro ‘fil rouge’ del collegamento mai interrotto con la terra d’origine. Su massicci tavoli di noce o in ben custodite ‘vetrine’ si allineavano pezzi di maiolica abruzzese, delle manifatture di Castelli o di Rapino, uniti in unica esposizione con i ‘Capodimonte’ del Tagliolini o ancora, ricordo, le tavole imbandite dei servizi Giustiniani. Solo qualche coccio forse oggi rimane, ma penso che il senso estetico di una volta non sia andato del tutto disperso se ancora maestri dell’arte ceramica come i Rosa di Castelli o l’ultimo dei Cappelletti a Rapino ancora producono pezzi di eccezionale valenza artistica per qualche affezionato committente napoletano.
Spostandoci in un altro punto dell’Abruzzo aquilano, a Scanno, troviamo la sorella maggiore dei Vizioli, Paolina de Laurentiis, andare sposa nel 1904, al giovane ingegnere idroelettrico, all’epoca l’avanguardia della applicazione tecnologica, Guido Tanturri. Questa famiglia radicata sul territorio, proprietaria di un palazzotto di epoca medioevale al centro del paese, aveva espresso con Vincenzo Tanturri, scienziato e patriota, un talento indiscusso della medicina, fondatore della cattedra di dermosifilopatia della Università di Napoli , verso la metà del secolo XIX, quindi in coincidenza con l’unità d’Italia per la quale si era speso con ardore liberale. La famiglia, come molte altre insigni stirpi locali, traeva dalla pastorizia la prima fonte del benessere. Ciò avveniva anche per una accorta politica di imparentamento che comportava ,di generazione in generazione, il crearsi di un reticolo di relazioni sociali tra famiglie di diversi comuni d’Abruzzo, prima del ‘salto’ di molte di esse verso la città. La madre di Vincenzo Tanturri era una Di Rienzo, famiglia che sempre a Scanno aveva grande peso e rilievo, e la moglie era una Properzj, di Lucoli, vicino l’Aquila. Donna di grande carattere -in famiglia ancora si conservano la corrispondenza e le copie delle riviste francesi che in abbonamento le venivano recapitate a Scanno, all’inizio ancora a dorso di mulo- si dedicò alla educazione dei quattro suoi figli, divenuti poi, ognuno nel suo campo professionisti eccellenti. Solo il primo figlio, Annibbale, emigrò in Francia. Tutti gli altri tre vissero e si produssero a Napoli. Nunziato ufficiale di Marina, Domenico (Mimì) primario di otorinolaringoiatria, e, il più giovane Guido, ingegnere idroelettrico. Se Scanno fu tra i primissimi comuni del meridione a poter disporre di una ‘moderna’ centrale elettrica lo deve certo a personaggi come Guido Tanturri - tecnico di alto valore, che in seguito assunse la direzione dei lavori della canalizzazione del Volturno per l’elettrificazione di Caserta e di Napoli- ma anche al rapporto di straordinaria sintonia che lo vide a Scanno collaborare col sindaco dell’epoca, suo cugino Domenico Di Rienzo, illuminato protagonista della modernizzazione del paese. A via Costantinopoli, a via San Pasquale o a via Martucci, a via Medina, al Corso Vittorio Emanuele, ove che fosse, la casa dei Tanturri in ogni momento rappresentò un punto di incontro e di raccordo per i tanti compaesani scannesi che su Napoli, per i più diversi motivi vi facevano capo, ma soprattutto per lo scambio di idee e di cultura di cui lo stesso Riccardo, che tutti ricordano, fu autentico campione.
E’ una storia questa tra le tante che si possono raccontare, tutte eguali per lo spirito che le anima, perchè in ciascuna di esse traspare l’animo della salda disponibilità dei figli d’Abruzzo.
E così si ricorda che di Alfedena erano i De Amicis e da Pettorano sul Gizio provenne la famiglia dei Vitto Massei, altri insigni medici e umanisti, che in Monte di Dio ebbero splendida dimora, e sempre dallo stesso comune alle pendici della Maiella la stirpe dei Nola che, tramite l’imparentamento con i marchesi del Prete di Venafro, nel loro approccio con Napoli seguirono per così dire la via molisana. E’ la stessa origine territoriale di tante altre famiglie che su Napoli incentrarono attività e interessi e che una stessa impronta caratteriale, provenissero da Isernia o da Campobasso, spiccatamente hanno mantenuto nel tempo.
Con sorpresa, solo qualche giorno fa ho appreso, per sua diretta testimonianza, che il Direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli vanta origini abruzzesi. A ben riflettere, conoscendo la schietta intelligenza di Mauro Giancaspro, non avrei dovuto meravigliarmi più di tanto; nel presentare una mostra delle legature cinquecentesche in esposizione nella “Sala Rari” e parlando dei conventi abruzzesi dove venivano realizzate queste eccelse espressioni di artigianato artistico, egli, non celando un certo orgoglio, parlò a tutti della sua mamma nativa di Città Sant’Angelo. A quel punto in sala si aprì quasi una gara a menar vanto di simili origini e vennero fuori tanti altri nomi di località d’Abruzzo così che si venne delineando nella davanti agli occhi dei tanti presenti a quella cerimonia una vera carta geografica davvero sorprendente delle ascendenze e dei comuni di provenienza di ciascuno. Antonio Falconio, pronipote del Diomede da Pescocostanzo, la gemma d’Abruzzo dove ha origine anche la stirpe dei Sabatini, a fior di labbra mi illustrò il suo albero genealogico e Teodoro Cicala , traendo spunto dalle pagine di un suo recente libro, si diffuse sulle origini familiari radicate a Palena e sugli eventi che ne segnarono l’esperienza della prima gioventù.
Pensai tra me che dunque molti di più di mille sono i cuori che a Napoli pulsano forte quando si parla dell’Abruzzo e corsi qui a completare questa nota con la sola paura, essendo ormai passata quella del terrificante sisma del 6 aprile, che potesse sfuggirmi qualche nome di persona o di paese da citare a testimonianza di tanta vicinanza di storia e di sentimenti.
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