È vero, c’è un abruzzese in ognuno di noi, almeno noi che siamo qui, in questo contesto, a rivendicare questa sorta di imprinting, questa speciale natura, questa peculiare appartenenza, insomma, questa comune e affascinante diversità. E non è come la napoletanità, come la romanità o la toscanità che nel lungo svolgersi del tempo hanno trasformato istanze ed orgogli di ordine campanilistico e consuetudini quotidiane in identità etnoculturali che poi spesso si stemperano e si camuffano nel costume e nel folklore. Forse sarebbe più appropriato dire: c’è un’anima abruzzese in ognuno di noi (noi che siamo qui in questo contesto), intendendo per anima quella entità invisibile, impalpabile, infinitamente nascosta ma così prepotentemente determinante nella identificazione della natura umana. Tutti gli uomini hanno un’anima ed essa proviene da Dio che la crea, o dalla natura delle cose o dalla casualità o dalla combinazione degli elementi, dipende da ciò in cui si crede. Alcuni uomini, però hanno il privilegio di avere una seconda anima che sta accanto alla prima, e la nutre, la supporta e la puntella in un abbraccio simbiotico.
Questa è l’anima dell’Abruzzo e questi uomini siamo noi perché, tirando le somme , c’è davvero un abruzzese in ognuno di noi. Io quest’anima la cerco e la trovo fuori dalle necessità; una presenza gratuita e partecipe; la sento e la vivo, nei sogni, nelle parole, nei gesti e nei progetti, nei ricordi e nelle speranze. E’ il fiore che colgo al mattino quando apro gli occhi, è il bambino che lascio nella stanza accanto e che chiamo e che sento nel gioco e nel pianto. È l’angelo che mi dà la buonanotte. Non ho mai avuto la certezza di conoscere per davvero e di poter parlare con la mia anima primaria, ma ho avuto il dono di toccare e di sentire l’anima parallela, quella abruzzese, in quella bella infanzia e in quella selvaggia adolescenza che ho vissuto a Penne. Ho sentito il suo profumo, ho guardato i suoi tramonti e ho contato i suoi passi lenti nella luce della sera. Ho seguito la sua luna e ho contato le sue stelle. Ho cantato il suo dolore e ho lavato mille lacrime dentro il fiume e nel torrente e ho riconosciuto gli uomini che quell’anima possedevano. Roma non mi ha cambiato, non avrebbe mai potuto. Non mi ha vinto e non mi ha preso. Ha plasmato le mie abitudini, ha modificato i miei percorsi, ha tracciato le mie rotte, ha nutrito la mia vita, ma ogni giorno c’è qualcuno che mi bussa, mi richiama e mi sorride: è lei, è la mia anima abruzzese. È a lei che appartengo. Qualche giorno fa, rileggevo un libro che ho molto amato nella mia giovinezza: è il Notturno di Gabriele D’Annunzio. Ci sono due pagine di una bellezza inaudita in cui il poeta tocca da vicino, in modo sublime quanto inimmaginabile la sua anima abruzzese. È quando svela audacemente e prepotentemente il suo folle amore materno, nel mezzo alla descrizione del suo incidente bellico, è quando miscela l’immagine della madre con i ritratti del suo Abruzzo. In questo libro D’Annunzio descrive tutto il delirio della sua degenza ospedaliera in seguito al ferimento in cui, tra l’altro perse l’occhio e, a un certo punto del racconto, dopo una serie di ricordi, di visioni e di incubi scrive queste parole: “È triste di me, è vecchia di me, è inferma di me. È mia madre. Non l’avevo più riveduta dall’ora della mia partenza per l’esilio volontario. Era la settimana di marzo che sta tra il giorno della mia nascita e il giorno del mio nome, carica di amore e di ricordi e di rimpianti e di rimorsi. Avevo cominciato a tremare di lei da lontano, come se il Tronto fosse l’orlo della sua vesta. Avevo cominciato da lontano a sentirla nella terra, come si sente la stagione che sotterra si desta. Il Tronto ghiaioso, con qualche filo d’acqua turchina sotto un ponte di mattone biondetto, mi salutò com’ella soleva salutare quando era contenta. Le colline basse, le creste gialle, le more di selci erano sue. E suoi erano i piccoli alberi fioriti. E sua era la soavità del mare su quella spiaggia sottile come una lunga fila di paranze brune a coppie tirate in secco. E di lei parlavano le donne rammendando le reti, poiché sorridevano. Tutto rivedo. E mi balza il cuore a quell’accenno della parlatura d’Abruzzi, là su quel binario ingombro di vetture brutali, in quella stazione formicolante di vita lucrosa, in vista di quel poggio sparso di olivi magri. Tutto rivedo. Un carro dipinto va lungo la riva tirato da un paio di bovi bianchi. Non è carico della mia puerizia agreste quasi fieno aromatico. E le bestie aggiogate campeggiano nel verdeazzurro del mare splendendo come le vele laggiù gonfie di scirocco. La sabbia è coltivata per solchi fin quasi al frangente. Riconosco le fave in lunghe bande verdi, e penso che sono veramente di natura animale. In un campo gli oppii scarni sembrano mani raggricchiate e torte che lega la fune arida della vite. La vanga ha lasciato nella zolla la parte forbita del suo ferro tagliandola. Tanto il taglio riluce. Un fiumicello è candido e schiumoso come il latte appena munto. Un pagliaio nerastro è tutt’oro là dove la paglia venne tagliata per la bisogna. Un seccume disperato di viti brune e torte patisce sopra la sabbia accecante e pare che si divincoli come minuzzame di serpi. Una fabbrica di mattoni sta presso una smotta d’argilla, con la sua tettoia rossa, col suo fumaiolo che fuma, con i suoi uomini della pugna di creta inginocchiati all’opra. Per te, per te amo questa parsimonia, questa diligenza, questa tenacità. Per te tanto m’è cara questa terra umile ed umiliata.” Ecco, leggendo queste righe ho sentito l’eco lontana dei grandi sentimenti. Anche noi custodiamo dentro al cuore un tesoro d’amore per la nostra terra, come la carezza della madre. Conosco gli uomini e so riconoscere gli uomini che si portano dentro quell’anima d’Abruzzo. E so di poter credere ad ognuno di loro. Credere, come diceva il mio magnifico amico Luciano Russi, senza bisogno di giurare.