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Ha conquistato Hollywood - Henry Mancini, uno dei nostri Stampa E-mail
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Scritto da Direttore, 04-04-2007 13:39

 

Letto : 612     || Pubblicato in : Scanno, Storia e Cultura

LA STORIA DEL GRANDE COMPOSITORE E LA SUA VISITA A SCANNO
Ha conquistato Hollywood - Henry Mancini, uno dei nostri
di Ilde Galante

Forse il suo volto non è molto noto ma il suo nome è associato ai film e ai personaggi più grandi del mondo della celluloide. Basti un nome per tutti: la Pantera Rosa, quel simpatico personaggio dei cartoni che è diventato un tutt'uno con la musica che lo accompagna. E l'autore di quella musica e di tantissime altre parimenti famose è Henry Mancini. Il suo co¬gnome ci fa subito pensare all'Italia ma indagando bene si scopre che Mancini è originario di Scanno.
«Mio padre era un individualista. Era nato a Scanno, una cittadina degli Abruzzi, a NordEst di Roma, sulle montagne». Così Henry Mancini comincia a raccontare la sua storia nella biografia "Did they mention thè music?" scritta insieme a Gene Lees e pubblicata nel 1989 dalla Contemporany Books di New York. Sempre a proposito di suo padre continua: «Si chiamava Quinto (perché era il quinto figlio della famiglia). Alcuni suoi fratelli divennero professionisti in Italia, ma io non ne ho incontrato nessuno. Da quanto ho potuto capire, era stato mandato a vivere da un suo zio per qualche tempo. Quando aveva dodici o tredici anni decise di emigrare. Mi sono rotto il capo per molti anni per capire il perché di quella decisione e come fece a scendere dalle montagne, e sto parlando di grandi montagne, giù a Roma e di qui a Na¬poli per imbarcarsi e quindi arrivare a Detroit e infine a Boston, dove lavorò in una fabbrica di calzature. Tutto da solo! Tutto ciò avvenne nel 1910/1911. È difficile oggi credere che ragazzi di dodici o tredici anni trovarono la strada da soli dalla Russia, dalla Polonia e dall'Italia e arrivarono negli stati Uniti senza denaro e sopravvissero in qualche maniera. Eppure ciò è accaduto. Mio padre è stato uno di quei ragazzi. Era stato sempre indipendente e in qualche modo non di stampo italiano. Mentre gli altri genitori lottavano per inserire i propri figli nelle acciaierie, mio padre desiderava che io stessi lontano da esse. Gli altri padri italiani a West Aliquippia erano contenti del loro lavoro e della loro sorte nella vita e si sarebbero dati pensiero per il fatto che a me dava lezioni di musica. Lui avrebbe risposto "va bene, vedrete. Voi fate come vi pare ed anch'io". Era il suo atteggia¬mento. Ci sono stati molti punti oscuri nella vita di mio padre. D'altra par¬te non parlava molto. Come cominciò questo ragazzo a suonare il flauto? Come avvenne che suonava il flauto (e io so che per un po' di tempo suonò in modo professionale) e finì poi con l'andare a lavorare nelle acciaierie? Era alto un metro e 65 circa, forte tìsicamente. Doveva esserlo per forza dal momento che aveva lavorato in una acciaieria per la maggior parte della vita. Mia madre parlava inglese correttamente, nonostante parlasse spes¬so in italiano, essendo cresciuta da piccola in America (era nativa di Pen¬ne n.d.r;) mente mio padre aveva un leggero accento. Credo che abbia im¬parato a leggere e a scrivere da autodidatta appena arrivato, così come aveva imparato a suonare il flauto.
Aveva un vecchio flauto Conn smerigliato con un'imboccatura nera e due punti di madreperla su entrambi i lati. Deve aver avuto un potente "ge¬ne" dentro che gli dava quella determinazione artistica. Nessuno dei suoi fratelli ne era dotato manifestatamen-te. Mio padre aveva una sorella, Maria e sono riuscito a sapere che aveva sposato Eustachio Siila (lei morì a Roma nel 1969). Uno dei fratelli di mio pa¬dre si chiamava Enrico; suppongo che avesse un grande affetto per lui per darmi lo stesso nome. Enrico morì in Jugoslavia durante la Prima Guerra Mondiale. Un altro fratello, Luigi, era venuto in America. Morì in un incidente sul lavoro a Stenbenville, nell'Ohio. Mio padre però non ebbe mai contatti con la sua famiglia e non ce ne parlò mai. Neanche del precedente Enrico Mancini che era morto in Jugoslavia. Tutto ciò era parte del mistero su mio padre. Come aveva imparato a suonare il flauto e dove? Provo ad immaginarlo seduto in una stanza che si esercitava. Tutto deve essere avvenuto dopo la prima guerra, quando Enrico fu ucciso».
Fin qui il racconto in prima persona del protagonista, figlio di genitori italiani poveri ma grandi lavoratori.
Nel suo libro egli non dice che rimase orfano della madre Anna in te¬nera età e fu cresciuto da una zia. Suo padre Quinto si risposò, ma anche la seconda moglie morì. La storia di Henry Mancini è, come egli stesso ama dire, l'"odissea" di un giovane il cui amore per la musica cominciò all'età di 12 anni, ascoltando le grandi bande nei cinema di Pittsburgh. E grazie anche a suo padre il suo sogno di comporre musiche diventò realtà.
Siamo riusciti a rintracciare la sua unica cugina italiana (almeno da parte paterna) che ci ha raccontato la "sua" storia e gli incontri con il cugino famoso. «Io ed Enrico siamo coetanei -inizia Adele Siila - io sono nata a marzo e lui ad aprile. Suo padre Quinto e mia madre Maria Rosaria erano fratelli. Poi c'era Enrico che è morto in guerra. Per tanti anni non abbiamo avuto contatti, all'improvviso nel 1955 Henry venne a Roma e mi telefonò dicendo che voleva conoscermi. Ci incontrammo all'Hotel Excelsior, lui era con sua moglie Ginny alla quale è molto legato, ed io con mio marito Vincenzo e le mie due figlie Egle e Maria Rosaria. Abbiamo passato insieme una bellissima serata parlando della famiglia e del nostro paese. Lo convincemmo così a venire a Scanno. Quando lui venne, in gran segreto, io ero a Roma, ma gli avevo dato tutte le indicazioni per riconoscere la casa paterna, che lui era ansioso di vedere. Si è fermato solo per poche ore. Ha pranzato al lago ed è subito ripartito, senza dire niente a nessuno, così come era arrivato. Come suo padre, Henry è molto riservato e nonostante il successo è rimasto una persona molto semplice. Tornato in America - continua Adele - mi ha scritto mandandomi tutti i suoi dischi e una foto con dedica. Dopo tre anni ci siamo rivisti di nuovo in un albergo a Trinità dei Monti. Anche se non parlava l'italiano molto bene, capiva perfettamente. Mi raccontò che era stato a Scanno ma mi disse "Non ci vado più perché ho paura della strada" - ricorda Adele scoppiando in una risata, poi torna pensierosa - Da quella volta non ci siamo più rivisti. Mi ha scritto una sola volta, all'inizio degli anni 60 per dirmi che zio Quinto, suo padre, era morto e mi ha cercata a Roma ancora nel 68 mentro ero qui a Scanno. Da allora le sole notizie che ho sono quelle che leggo dai giornali». Poi Adele si ferma un attimo. La sua mente torna ancora più indietro nel tempo e riaffiorano altri particolari.
«Ricordo come se fosse un sogno la foto che mia nonna Adelina (madre di Quinto e nonna di Henry, n.d.r.) teneva sopra al camino. Quel figlio partito per l'America e mai più tornato, ma soprattutto il fatto che non scrivesse mai, rappresentava per lei un grande dolore. Dei figli di Achille Mancini, Henry è l'unico discendente dal momento che uno dei fratelli, Enrico, è morto in guerra e la sorella Maria Rosaria, cioè mia madre ha avuto solo me. Nel 1924 anche mio padre Eustachio partì per l'America ma come clandestino, perché non c'era lavoro. Una volta arrivato cercò di mettersi in contatto con il cognato Quinto ma non fu facile. Dopo qualche tempo, una notte mio zio lo andò a prendere e così mio padre potè restare fino alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Poi tornò in Italia a prendere anche mia madre, che, come Henry ha ricordato, è morta nel '69. Io non sono partita con loro perché ero già sposata. Henry si è fatto veramente da solo - e il suo sguardo si illumina di orgoglio - grazie alla sua intelligenza e al duro lavoro. A prima vista mette un po' soggezione, proprio come suo padre, ma il sorriso è dei Mancini, di mia madre. So bene che è un uomo famoso, pieno di impegni e di lavoro ma non ho perso la speranza di averlo qui a Scanno. Per lui e la sua famiglia c'è sempre un posto pronto alla mia tavola».




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