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Sul finire del 1600 e nei due secoli a venire Scanno conobbe, grazie ad una fiorente pastorizia, un benessere economico ed una vitalità artistico culturale che raramente si rinviene nei piccoli centri di provincia. La piccola nobiltà e l’alta borghesia svolsero un ruolo di primo piano nella vita culturale del paese, trasformandosi in importanti committenti di notevoli opere di costruzione e di ristrutturazione. Se riflettiamo sullo schizzo che l’abate Pacichelli realizzò nel 1692, notiamo subito come, pur restando inevaso l’originario perimetro murario, ogni spazio, ogni area libera verrà rigorosamente sfruttata. Sorgeranno nuovi palazzi. Verranno ampliandosi quelli già esistenti. Le chiese si arricchiranno di altari e di opere lignee, le strade di eleganti portali, di raffìnatissime e sobrie facciate che, ancora oggi, testimoniano un gusto estetico e una senibilità, che non sembrano affatto risentire del tipico ritardo di provincia. È il proprietario delle greggi che, arricchitosi, fa di tutto per ostentare il suo status, e per appannarne la causa. Si ripete in sostanza la vicenda del padre del Fra’ Cristoforo manzoniano, che spese la prima parte della sua vita a divenire ricco, l’ultima nella speranza di far dimenticare l’origine della sua ricchezza. E’ tra il 700 e l’ ‘800 quindi che il centro storico assume l’attuale fisionomia, in un processo di armonica fusione tra antico e nuovo. Ci piace parlare di armonica fusione tra antico e nuovo, per sottolineare come l’incontro tra architetture tipicamente medioevali con edifici squisitamente barocchi, lungi dal creare uno stridente contrasto, finisce per evolvere verso uno scenario dalla squisita grazia: quasi un incantevole mosaico, da cui non può sottrarsi tessera, senza che ne sia compromesso lo splendore. Così l’area medioevale, già sede di un primitivo insediamento romano, che si sviluppa fra Sant’ Eustachio e l’Olmo, sede delle adunanze dell’Università e del Comune, può affacciarsi tranquilla a mirare, a sorvegliare la piazza sottostante, dove i Nardozzi curarono il restauro e l’ampliamento della Cappella con l’affresco finissimo della Vergine di Costantinopoli (1418 o 1478?) e la famiglia Di Salvo dotarono dello splendido portale, di squisiti cornicioni e trabeazioni incantevoli la casa cinquecentesca, oggi nota come Palazzo Mosca.
Ma se, come ogni centro storico, anche quello di Scanno è la risultante di varie stratificazioni di diversi stili, è il barocco, che, incidendo profondamente sulle strutture, finisce per conferire la sua connotazione dominante all’aspetto urbano, mettendo in ombra altri tratti architettonici. Sicché parlare di Scanno è parlare tout court d’arte barocca. Vanno tuttavia sottolineate alcune peculiarità essenziali senza cui la lettura del nostro contesto urbano potrebbe risultare fuorviata. Pur registrandosi, infatti, una vera e propria esplosione di questa corrente artistica, sicuramente favorita da un continuo contatto della nostra gente con la cultura partenopea, per cui, e a buon diritto, qualcuno ha parlato di Scanno come della più borbonica città d’Abruzzo, il barocco qui finisce per connotarsi di specifici caratteri distintivi, di proprie note caratteristiche, tanto da spingerci a parlare, di barocco scannese. Se sono propri di questa corrente artistica, infatti, una ricercatezza, a volte esasperata, una ricchezza di particolari spesso eccessiva, l’uso e l’abuso di elementi, anche superflui, che rischiano di dare origine a una certa ridondanza stilistica, qui da noi, tutto è volto all’essenziale. Finisce per predominare una certa sobrietà, una spiccata essenzialità che, informando di sé ogni struttura, ogni edificio, si presenta come elemento connotativo del genius loci. È la sobria essenzialità di vita degli abitanti che si traduce e si riversa nello stile architettonico, incantando con la sua raffinata ed elegante semplicità ogni visitatore.
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