Il primo è del più grande studioso di tradizoni abruzzesi: Antonio De Nino, nato a Pratola Peligna nel 1833 e morto a Sulmona nel 1907. Rigoroso e metodico, egli spaziò dalla lingua alla storia, dalla sociologia all'archeologia, ma la sua grande passione fu il folklore, al quale dedicò gran parte della sua opera.
Quì egli scrive sul "Canto del fiore", purtroppo non più in uso. Ma chissà che a qualcuno non venga la voglia di ricominciare...
Le tradizioni popolari di Scanno, nate in paese o derivate da zone con le quali si avevano rapporti di lavoro o di commercio, sono tutte plasmate alle esigenze della collettività e hanno, tutte, un'evidente legame con l'economia e l'industria preminente, quella pastorale.
E' così, ad esempio, per i Canti di questua, che erano soltanto du
e e avevano come protagonisti i bambini al di sotto dei dieci anni. Il primo di questi era una sorta di girotondo nel quale si prometteva alla "signora" (la moglie del proprietario del gregge presso cui lavoravano i genitori) un bel mazzo di verdura fresca, a patto che fosse la destinataria a condirla con olio e sale. Il secondo era invece un canto augurale che la sera dell'ultimo giorno dell'anno risuonava dietro gli usci di quasi tutte le abitazioni del paese.
I giovani questuanti, dopo aver augurato "mille pècure fijjete" ("mille pecore partorite"), "nu munne de chestrete" ("un mondo di castrati") e tante altre belle cose, tutte inerenti l'attività pastorale, gridavano l'augurio più atteso: "che pozza scè ju patrone cavaliere" ("che il padrone possa essere nominato cavaliere"). E la richiesta dei doni era precisa e inequivocabile: "dita" di salsicce a diecine, fette di prosciutto non troppo sottili, un paio di salami, un caciocavallo e, immancabile, una stagionata "rota" di cacio.E quello che era più stupefacente, è che le richieste erano sempre esaudite. O quasi. "Bonnì, bonnì, bonn'anne / la bona strema ch'è capedanne" ("buonnì, buonnì, buonanno - la buona strenna ch'è capodanno"). Ai canti di questua, riservati, come abbiamo visto, ai giovanissimi, rispondeva, nella magica notte di San Silvestro, la Serenata dei Fiori, il romantico canto d'amore che gli innamorati, tramite la voce di un tenore bene addestrato, facevano risuonare sotto le finestre delle promesse spose, rinnovando l'impegno sugellato il giorno di Sant'Eustachio, il Santo protettore.
La serenata dei fiori, durante le feste di Natale, era stata preceduta dal dono, da parte dei parenti dello sposo, di un paio di orecchini antichi di famiglia, di un anello d'oro di particolare fattura, di una cassettina di legno pregiato intarsiata a mano piena di torroni e torroncini e, ultimo ma attesissimo, di un mazzettino di fiori in argento che nascondeva, in una teca incastrata tra le foglioline, un batuffolo di ovatta impregnata di soave e galeotto profumo. Ed era naturale che tutti questi doni venissero contraccambiati con altrettanta dovizia e,diciamolo pure, con malcelata ostentazione, dai genitori della sposina la quale, da parte sua, aveva saputo fingere meraviglia e sorpresa per ogni regalo ricevuto. Si assisteva così, nell'ultima settimana dell'anno, a un andirivieni di canestri pieni di ogni bendidio mentre dai forni salivano profumi deliziosi."Ti offro questo fiore / in pegno del mio amore."
Quel canto raggiungeva, struggente, il promesso sposo che in un "casone" della pianura pugliese cullava la sua malinconia. Qualche giorno prima di partire per la Puglia e affrontare il tratturo, il giovane pastore "portava" alla sua ragazza, cantandola di persona o facendola cantare da un intonato e disponibile menestrello, la serenata del distacco: la Spartenza. Era un canto accorato e triste che non
cedeva alla rassegnazione ma che riponeva, nella mestizia dei suoi versi, la più grande fiducia nell'amore e nell'affetto reciproco."De bonasera tante te ne merdie / pe' quande so' le pecura che guarde" ("Di buonasera tante te ne meriti / per quante sono le pecore che guardo"). E continuava con profferte d'amore sempre più affettuose fino a chiudere con una esortazione che sapeva di certezza e di augurio: "Fatte curagge, amore, fatte curagge, / ca' la vernata passa e arreva magge" ("Fatti coraggio, amore fatti coraggio / che l'invernata passa e arriva maggio", il mese in cui potremo finalmente riabbracciarci e coronare i nostri sogni d'amore).
A tanta serenata, la fidanzatina rispondeva con regali sostanziosi, indispensabili per affrontare nel miglior modo possibile le fatiche della transumanza e faceva caricare sul mulo del suo ragazzo pacchi di "ferratelle" (pizzelle ai ferri), sacchetti di saporiti "turcinielli" (pasta di pane condita con sale e pepe e fritta nella padella a striscioline attorcinate) e montagne di biscotti e ciambelle. Alla malinconia della serenata del distacco faceva riscontro, nell'estate successiva, la gioiosa e prevedibile Penesella, il canto augurale che la sera delle nozze gli amici degli sposi cantavano, alternandosi nel gravoso impegno di stonare il meno possibile, sotto la finestra della camera da letto dei due piccioncini.
E le allusioni e gli ammiccamenti volteggiavano pesanti, sostenuti da complici, anche se ignari, fiaschi di vino. Nella seconda metà del secolo scorso, con la scomparsa della pastorizia, i canti di cui abbiamo detto sono svaniti nel nulla come risucchiati dal vortice implacabile del tempo. Chi ha resistito è la "Serenata delle chezette" ("la serenata delle calzette") una sorta di canto di questua ridanciano che mutua le sue origini, rinvigorendone la sfrontatezza nelle richieste dei doni, dalla Bona strema di Capodanno, tanto cara ai bambini. La sera della vigilia della Befana, il cinque di gennaio, nugoli di giovani muniti di strumenti musicali, i più strampalati, si portano sotto le finestre della maggior parte delle ragazze del paese e cantano, cantano, cantano fino a ottenere la promessa di abbondanti e succulente cibarie. Il giorno successivo i cantori vanno a raccogliere i frutti di tanta semina presso le abitazioni delle damigelle cui era stata fatta la serenata e, in capo a due giorni, tutti insieme, questuanti e donatrici, si recano in una trattoria a mangiare in compagnia.