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In viaggio verso l'est

 
 
Molti anni fa, mentre studiavo storia sui libri di scuola, mai avrei immaginato di apprendere che fosse esistito un posto tanto oscuro quanto famoso nel mondo quanto il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau; ma un bambino delle medie, nemmeno lontanamente, può capire la differenza tra leggere di terrificanti crudeltà su un libro e visitare, poi, di persona quei luoghi dove quelle atrocità accaddero realmente.
Nel 2003 in occasione di una gita nella zona Sud-Ovest della Polonia , io e mia moglie, decidemmo di visitare Oswiecim (Auschwitz in tedesco), ovvero la cittadina che è più vicina all’omonimo campo di concentramento, nel Voivodato Slaskie.
Appena scesi dall’auto bisognava  stare attenti a non inciampare nei profondi solchi che i binari ferroviari ancor presenti avevano lasciato nell’asfalto. Essi servivano i carri merci carichi di deportati alla stazione di smistamento di Birkenau dove poi venivano indirizzati al campo di sterminio vero e proprio di Auschwitz; questo era l’unico momento in cui era possibile tentare una (se pur improbabile) fuga.
Testimoni italiani mi riferirono che, a causa del forte trambusto dovuto alle migliaia di “viaggiatori” sparsi qua e là, i tedeschi trovavano difficoltà ad evitare che qualcuno tentasse una fuga in quello che era il momento più delicato. I più fortunati e temerari riuscivano, quindi, a scappare avventurandosi nei campi gelidi della zona tornando, a piedi, in Italia.
Giunti nel piazzale antistante la vasta area, sembrava di essere in un comunissimo parcheggio di uno stadio che si appresta ad ospitare questo o quel concerto, ma in realtà si sta per entrare in una zona che ci lasciò senza parole, completamente perplessi.
 Il tragitto dal parcheggio al campo è breve, appena entrati ci si appresta (per chi vuole) a prenotare una guida a pagamento, l’unica spesa prevista a parte quella del parcheggio, dato che l’ingresso è completamente gratuito. 
La prima tappa obbligata è il cancello in ferro sovrastato dalla beffarda e sibillina scritta “IL LAVORO RENDE LIBERI”: il Reich intendeva illudere i deportati che se avessero lavorato sino allo sfinimento si sarebbero automaticamente prenotati il biglietto d’uscita dal campo. Si era infusa l’idea  che quella era solo una soluzione temporanea, che quel “viaggio” era la conseguenza di una straordinaria richiesta di manodopera gratuita dovuta alla guerra.
Varcando il cancello l’aria gelida d’Autunno cedeva il posto alla curiosità per quel luogo spaventosamente vasto, pulito e soprattutto silenzioso: non si sentiva volare una mosca, tutt’attorno era una sequenza interminabile di capannoni in mattoni rossi numerati detti “Block”, tutti affilati, uno dietro l’altro e assolutamente identici, erano  dormitori, officine  e  “laboratori”.
L’impressione che l’interno del campo offriva era  come se si stesse visitando una fabbrica di automobili o una caserma, fra tutto regnava l’assoluto e maniacale ordine, tra quegli edifici  apparentemente anonimi. Saltava all’occhio la totale organizzazione, talmente capillare da non lasciare nulla al caso: tutto era stato studiato a tavolino per far  si che quel campo assolvesse ai propri doveri al massimo.
Ci apprestammo a visitare il primo Block accorgendoci delle migliaia di  foto appese ai muri di deportati,  polacchi per la maggiore, ma anche italiani, fotografati con la classica tuta a strisce: i visi parlavano da soli!
Impossibile contarle tutte le quelle foto: avrebbe portato via dei giorni, quindi continuammo a camminare per quegli androni osservando repentinamente i numerosi cartelloni in varie lingue (Polacco, Tedesco e Inglese) che ci spiegavano, passo passo, nei minimi particolari, cosa scatenò la Guerra, l’evolversi delle battaglie sul territorio polacco ed Europeo e soprattutto cosa si svolgesse esattamente all’interno di quei freddi capannoni in muratura. 
Pian piano l’atmosfera cambiò, nonostante ci fossero state decine e decine di scolaresche di tutta Europa attorno a noi, inizialmente pareva che fossimo da soli e i deportati nelle foto ci fissassero dall’alto.
I grandi Block erano per la maggiore dei dormitori, dove uomini e donne venivano divisi ma vestiti allo stesso modo: berretto e  tuta bianca a strisce nere verticali col numero seriale scritto sulla giacca.
Essi dormivano in una sorta di loculi di cemento o legno, rivestiti in paglia e stracci, in gruppi; il loro lavoro veniva svolto in altri Block attigui dove, prevalentemente, si vuotavano le migliaia e migliaia di valigie che altri  deportati portavano al seguito. Man mano che le valigie venivano aperte, il contenuto veniva suddiviso in base alla tipologia del valore che esse contenevano.
Camminando tra i primi tre, quattro, cinque Block ci accorgemmo amaramente dell’enorme quantità di “refurtiva” che veniva accumulata; ogni locale , quindi, divenne, a guerra terminata, un enorme magazzino di valigie ed effetti personali di ogni tipo: dalle scarpe agli occhiali, ai vestiti civili e addirittura le protesi che gli sventurati avevano al momento della cattura. Era aberrante osservare come migliaia di gambe e braccia di legno, dentiere, stampelle, occhiali, cappelli, scarpe, stivali e addirittura capelli fossero ammucchiati e protetti da enormi teche in cristallo montate apposta per evitare che l’odore ne trapelasse: ma era impossibile. Gli oggetti di valore come gioielli, occhiali, penne e denti d’oro, ecc, finivano immediatamente confiscati e poi fusi in lingotti, dopodiché spediti in Germania ad ingrassare il tesoro di Hitler, mentre tutti gli altri oggetti, di scarso valore, lasciati a morire o distrutti nel campo assieme ai rispettivi proprietari. Dopo un’ ora di cammino tra quelle assurdità l’odore era talmente forte da non capire più se fosse solo odor di chiuso, muffa, o peggio di morte!
Per fortuna si poteva uscire , a quell’ora la calca non era tale da dove aspettare il proprio turno per poter nuovamente tornare respirare all’aria aperta; il  Block accanto a quello appena visitato riponeva magari altri oggetti trafugati ai prigionieri, ma l’esasperante e penetrante odore era comunque impossibile da evitare. Spesso e volentieri, alcune scolaresche che provenivano dalla vicina Germania avevano la guida che spiegava nella loro lingua il tutto fin nei minimi particolari: ovviamente, per permettere che quest’ultima fosse ascoltata da tutti, bisognava che essa dovesse quasi urlare. Trovarsi in quei luoghi ameni, alla temperatura di quasi 8-10 gradi e sentirsi dietro una guida che urlava in tedesco ti faceva calare troppo nella parte: sembrava quasi di essere tornati indietro di 60 anni!! Bisognava uscire di nuovo, trovare un attimo per riprendere fiato, ma nel campo tutto era rimasto come nel ’44. Per fortuna, uscendo in lontananza, un segno degli anni 2000: un piccolo chiosco della Kodak ci riportava nella nostra dimensione; un pizzico di colore che, se pur banale, in mezzo a quel grigiore ci dava un po’ di tregua.
Ma il viaggio nell’inferno proseguiva.
Gli ultimi Block erano i peggiori, le foto divennero ora di bambini, che , con la loro tuta a strisce facevano intendere, dalle descrizioni multilingue (qui ho maledetto la mia conoscenza dell’inglese) che in quei locali immensi ora simili a degli Ambulatori, il professor Josef Mengele, detto “l’angelo della morte”,attuava e sviluppava i suoi famosi ed atroci “esperimenti scientifici”su esseri umani! Finalmente, col passare del tempo i locali si facevano meno tetri e, avanzando tra cartine topografiche della Polonia che, dopo l’occupazione Nazista si piegava all’invasione Russa, i più attenti si accorsero che anche le strutture esterne meno in vista erano rimaste pressoché intatte: l’intero reticolato, di protezione all’area, aveva conservato addirittura gli impianti elettrici che proteggevano il doppio recinto da eventuali tentativi di evasione. Le scritte in tedesco , anche se incomprensibili, scoraggiavano chiunque dal toccarle. Addirittura i numerosi visitatori presenti si guardavano bene dall’avvicinarsi a quelle strutture quasi temessero che in quei fili scorresse ancora corrente! 
Le ore scorrevano ad una velocità inaudita per un luogo dove il tempo sembrava, allo stesso modo,  essere rimasto fermo da allora; il percorso obbligato portava ora alla zona più infame dell’intero quadrilatero che componeva il campo: i forni crematori.
Piccole bocche di mattoni rossi praticamente intatte. Pochi erano i danni visibili alle strutture “terminali” che i tedeschi, al momento della fuga, tentarono inutilmente di cancellare. Avevano troppa fretta di eliminare le prove di quell’orrore e danneggiarono pochissimo quello che poi divenne , giocoforza, la testimonianza più eclatante dell’Olocausto. I visitatori che fino a quell’istante avevano fotografato ogni angolo del campo fecero finalmente tacere le loro macchine. Il rispetto per la sofferenza ebraica prese il posto alla curiosità: se qualcuno fino a quel momento aveva voluto documentare quella visita, decise che era giunto il momento di fermarsi e donare qualche istante di rispetto e silenzio a quelle persone che il quel luogo avevano letteralmente cessato di far parte di questo mondo!La visita era terminata, finalmente, la voglia di ricordare e raccontare era altrettanto forte come quella di uscire al più presto da quel posto e tornare alla vita “normale” di tutti i giorni. Uscendo dal campo iniziammo a chiederci non soltanto perché, ma soprattutto a indignarci della necessità di alcune Nazioni di dover istituire il reato di “Apologia di reato per i crimini Nazisti”, in quanto qualcuno, ancora oggi, si ostina a negare che in campi come Auschwitz-Birkenau sia accaduto quello che vi ho appena raccontato!

Commenti  

 
#1 davide 2008-12-30 13:20
grazie....il ricordo non deve mai morire, altrimenti diventa presagio.
 

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