Fa sempre piacere essere invitati ad una festa, soprattutto se si tratta di partecipare ad un compleanno e soprattutto se gli anni sono tanti, perché allora la gioia è doppia: per il diretto interessato e per chi, presenziando, può compiacersi di esserci, di essere sopravvissuto agli eventi, sperando di poter continuare ad unire la propria storia a quella del festeggiato ancora a lungo.I primi approcci con La Foce li ho avuti da bambino, quando risiedendo lontano da un paese dove vivevo solo durante le vacanze, questo “giornalino” rappresentava per me un sottile ma fortissimo legame ad un luogo, a della gente, a delle tradizioni, a degli amici, ad un Ecosistema, che sarebbero diventati un punto di riferimento fondamentale della mia vita.Negli anni 50 e 60 la lontananza, la distanza erano davvero un problema, il termine week-end non esisteva, e comunque 6 7 ore di scomodo viaggio dalla vicina Roma avrebbero reso inattuabile l’idea. Il telefono era ancora un bene di lusso, esisteva in paese solo negli esercizi commerciali, era un mezzo di comunicazione ancora poco accettato, costoso ed inconcepibile se non per annunciare disgrazie.Le notizie arrivavano quindi solo per posta, dalla nonna che ci informava delle vicende familiari e dalla Foce, che invece ci dava notizie del Paese e dei paesani. Credo che l’ultima pagina del giornale: le culle, i matrimoni, le lauree, e purtroppo i morti, sia e sarà sempre la prima ad essere letta e quella che più indichi lo spirito di appartenenza ad una collettività lontana, sparsa per il mondo, ma comunque viva e coesa.Questo foglio quindi mi ricollegava ad una realtà tanto diversa da quella che vivevo in città, mi riconciliava con tradizioni che erano proprie di una civiltà pastorale che sentivo sempre più mia, mi informava se Cardella aveva vinto, ritrovavo familiari nomi come Eustachio, Agapito, Teopista, Concezio, che solo pronunciarli facevano e fanno sgranare gli occhi ai cittadini, rivedevo con naturalezza le foto delle femmine in costume, e non sbalordivo leggendo articoli che trattavano di legna, di orsi e di lupi. Una rubrica soprattutto, però, destava interesse e stimolava la mia curiosità: quella di Compare Stacchillo. Era divertente, leggera, paesana nel vero senso della parola, con quelle storie semplici, tipiche dei piccoli centri, quelle sottili e simpatiche prese in giro, e poi tutti quei termini in dialetto stretto, che spesso non capivo e neanche mia madre era in grado di spiegarmi e di farmene conoscere l’etimologia; lacune che ancora oggi non ho completamente colmato.Mi auguro, ed auguro a tutti i lettori, di continuare ancora a lungo il rapporto con questo periodico, alla Foce i complimenti per gli anni che non dimostra, l’auspicio di mantenersi sempre giovane, ed infine una preghiera: di non divenire una piazza di litigi e beghe politiche. Ci sono altri modi, altre opportunità per affrontare queste problematiche, inevitabili e forse giuste, gli “emigranti”, e ce ne sono di molto lontani, hanno solo La Foce.