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Nel poderoso archivio memoriale, consegnato anche alle brevi note degli inseparabili Taccuini, il Vate dà corpo fantastico alle remote impressioni di un’avventurosa cavalcata nella Valle del Sagittario che aveva compiuto diciottenne, nel 1881, in compagnia di Francesco Paolo Michetti, Costantino Barbella e Antonio De Nino; e certo, il più comodo viaggio in carrozza del 1896 insieme all’amante Maria Gravina Cruyllas di Ramacca, si era aggiunto a rianimare la suggestione dei luoghi focalizzando l’attenzione su Anversa, grazie anche ai fotogrammi d’Olinto Cipollone e alla guida sapiente dello storico d’arte Emile Bertaux. 

Insieme a loro anche Georges Hérelle, il più importante traduttore francese di D’Annunzio, che conosceva molto bene lo scrittore, ma poco l’uomo. Un anno prima Nel 1895 lo aveva accompagnato in un fantastico viaggio in Grecia e in Italia meridionale. Ciò gli aveva consentito di stringere con il Vate una solida amicizia, nonostante le enormi differenze caratteriali. Il fatto di osservarlo in pose poco consone all’immagine che se ne era fatta ( lo vede che fa il bagno nudo con molta disinvoltura, che è attratto da amori mercenari, che dorme in viaggio senza mostrare attenzione per arte, paesaggi, costumi), lo porta a maturare un giudizio moralmente severo. Gli sembra che un grande scrittore debba avere prima di tutto una serietà di comportamenti. È ovvio che tra i due, nonostante l’evidente accordo sui temi dell’arte, c’erano non poche differenze di carattere: ordinato, meticoloso, “cartesiano” quello di Hérelle, estroverso, persino goliardico, “creativo” nel senso più ampio del termine quello di D’Annunzio. Sta di fatto che, anche dopo il viaggio, Hérelle continuerà ad “osservare” lo scrittore abruzzese, lo seguirà da lontano in tutte le sue imprese, letterarie, militari, politiche, raccogliendo su di lui una mole consistente di documenti (ora conservati nel fondo “Hérelle” della biblioteca francese di Troyes). È indubbiamente il segno di un rapporto ambivalente: D’Annunzio per Hérelle sarebbe rimasto, fino alla fine dei suoi giorni, sì un personaggio discutibile per certi atteggiamenti, ma in ogni caso un individuo fuori della media e comunque un grande scrittore.

Stavolta arrivarono quindi a Scanno, dove si trattennero qualche giorno, partecipando ai riti religiosi più importanti della comunità: le celebrazioni di Sant'Eustachio. La foto che pubblichiamo documenta una delle usanze che hanno fatto ipotizzare l'origine orientale del nostro popolo. Le donne, in abito festile, sono tutte sedute a terra in chiesa. Sulla destra, a metà della navata, D'Annunzio si gira, probabilmente sollecitato da Cipollone per la foto (lo stesso Cipollone è autore delle foto successive).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non sappiamo quante volte D'Annunzio visitò la Valle del Sagittario, ma di certo diverse furono le sue visite. La Fiaccola sotto il moggio fu rappresentata con enorme successo la prima volta a Milano il 2 marzo del 1904, ma egli era venuto spesso alla festa dei serpari di Cocullo e anche in occasione del viaggio oggetto di questo nostro racconto, egli scrive nei suoi "taccuini"... : "Anversa: avanzi di un castello (..) il Sagittario, il fiume spumoso (...)".
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 Al Museo Vittoriale, che conserva molte delle cose appartenute a d'Annunzio, è custodito anche il volume "Guida dell' Abruzzo" di E. Abbate che, dati gli eloquenti segni di lettura, dimostra quanto d'Annunzio fosse interessato all'esatta conoscenza e individuazione dei luoghi ove ambientare le sue opere "abruzzesi" (Il Notturno, il Libro segreto, La Vergine delle rocce, La figlia di Jorio, ecc.).
Navigando su Internet abbiamo rinvenuto stralci di appunti:"...Dai Marsi ad Anversa" ripetendo l'intestazione di un capitolo tenuto presente nell'accompagnare Edia Fura (il serparo che compare nell'ultima parte della tragedia) da Luco alla dimora dei Sangro. Ne La Fiaccola sotto il Moggio d'Annunzio sembra interessato, più ancora che nelle altre sue opere abruzzesi, a circoscrivere e a precisare, sia cronologicamente che geograficamente lo spazio del racconto.
L'azione si svolge nel Paese Peligno (cioè nel paese dei discendenti del popolo italico dei Peligni, che era in Abruzzo tra Corfinio e Sulmona e più precisamente viveva in Abruzzo tra Corfinio e Sulmona) dentro dal territorio di Anversa, presso le gole del Sagittario, la vigilia della Pentecoste, al tempo di Re Borbone Ferdinando I e quindi tra il 1814 e il 1825, anno della scomparsa del vecchio sovrano.
Sono gli anni in cui viene demolito il potere dei feudatari del Mezzogiorno e, come loro, anche i personaggi della tragedia dannunziana, non sono soltanto decaduti dalla ricchezza, ma non costituiscono più un ordine privilegiato e separato: anche loro si sono dovuti "imborghesire" nella mentalità e nel costume.

Quest'aristocrazia "squattrinata", vive in una "casa antica" di cui, già in una delle prime strofe di apertura, Annabella (una delle serve) evoca le "cento stanze". E’ ovviamente una connotazione fantastica, ma che serve a dare la dimensione della passata "grandiosità" della famiglia dei Sangro.

 

Altra prova evidente delle sue frequentazioni abbiamo trovato in un nostro volumetto, con dedica autografa del Vate ,datato 1938, scritto dall'amico Benigno Palmerio "Con D'Annunzio alla Capponcina", dove il Vate trascorse gli anni fra il 1898 al 1910 insieme a Eleonora Duse. La Figlia di Iorio fu scritta in meno di un mese, durante una vacanza a Nettuno e il 31 agosto 1903 egli scrive all'inseparabile amico Michetti:"....vorrai tu aiutarmi a fissare i tipi, a determinare i luoghi, a trovare le facce?", pregandolo di cercare utensili, lavori ecc..

Ed ecco finalmente Michetti e Ferraguti che, dopo aver letto la tragedia, partono,..."per ogni dove a frugare nei villaggi, nei borghi, nei casolari, in ogni abitazione sparsa per la campagna e su per i monti, fino alla Grotta del cavallone, in cerca di elementi per le scene...."...tutto si trovò: le collane a grosse coccole d'oro e le buccole dai grandi cerchi variamente foggiati per Splendore, Favetto e Ornella; altri ori, trovati a Guardiagrele; le altre collane, e lo spadino, per Capino d'oro, per la sposa, per Vienda e per Mila di Codra; e il tornio e la mazza di corniolo per Aligi, tutta incisa e meravigliosamente istoriata; gli orecchini, le falci, i falcetti, per i mietitori; le pelli, appositamente conciate, per i pastori; le stoffe e i panni di vario colore ricercati e trovati a Orsogna, a Sulmona, a Scanno. 

 

Georges Hérelle scrisse in seguito le

"Notolette DANNUNZIANE",che comprendono bellissime pagine nelle quali sono descritte le due giornate passate dalla Compagnia a Scanno nel 1896. Vi invitiamo a non perderle sul prossimo numero del nostro giornale cartaceo.

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LA CHEZETTA“ del 5 gennaio 2012 

 

 

 

 

 

Invitiamo chi volesse guardare un interessante filmato sulla serata delle "Chezette" a richiamare il seguente link al sito di Antenna Radio Scanno, dove troverete un'interessante ed esauriente sintesi:

 http://www.antennaradioscanno.it/joomla/tradizioni/le-chezette-2012.html 

 

Addumane è la Pasquetta

sia Santa e benedetta                       

e con gli Angeli a cantare

e i pastori a sorvegliare

e Tu………( nome donna ) prepara la chezetta

ce sta……( nome  uomo ) che te la mette

nen ce mettènne né cène e chervone

mittece tutta robba bona. 

 

 

    Alcuni momenti delle prove, durante le quali si scherza e si ride, ma si lavora duramente per raggiungere la           necessaria armonia del coro e dell'orchestra. Le dodici strofe che seguono furono da me composte  nel 2000, ispirandomi alle strofette antiche, raccolte direttamente sul campo o attraverso interviste a qualche anziano partecipante. 

       Col crescere delle strofe cresce il valore del filo con cui la "chezetta" è intessuta:

       ardeca, chettone, lana paccuta, fustagna, lana caprina, flanella, lana fina, file de line, file de seta, file de fierre, file d'argiente, file d'uore.

 

 

 

A quindici anni di distanza abbiamo appreso, con sorpresa e anche un pizzico di soddisfazione, che le nostre strofette sono state studiate da eminenti ricercatori di canti tradizionali popolari, e riportate, come esempio del canto di questua scannese sopravvissuto, in varie importanti pubblicazioni. Anche i giovani musicisti scannesi dimostrano di apprezzare e seguire la strada che abbiamo percorso. Dall'anno prossimo saranno essi, in prima linea, insieme a noi, a garantire la continuità della tradizione. 

 

 

  

 

 

   Se la chezetta è de sacche d’ardeca

  micce nu tuocche de ciucculata

  nen’ ce mettenne lerduocchie ‘mbrunite

  micce le manzule ratterrate

 

  Se la chezetta è de chettone

  micce na cota de terrone

  nen’  ce mettenne fesciuole o patane

  micce de vine na cuncapiana

 

 

 

 

 

 

Prima calzetta a Sant'Antonio, con rinfresco del Comitato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  RISTORANTE "LO SGABELLO"

 

Se la chezetta è de lana paccuta

 micce nu piezze de ciucculata

nen’  ce mettenne le cace marcitte

micce na cossa de crapitte.

Se la chezetta è de fustagna

micce la robba senza mecragna

nen’ ce mettenne né larde né assogna

igne na cesta de mèla chetogne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VALENTINA CARANFA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se la chezetta è de lana caprina

micce na ‘nzegna de quetrine

nen’  ce mettenne chettive penziere

nu te vuleme tutte bene.

Se la chezetta è de flanella

mittece tutta robba bella

se le rijgne de cannaveccèta

nu ce faceme na bella magnata.

 

 

 

 

 

 

  

    Il rinfresco di IRMA DI CLEMENTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 Se la chezetta è de lana fina

micce na ‘nzegna de cherrecine

nen’ ce mettenne né ècce né fafe

micce na bella pezza de cace.

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

             MADONNA DELLE GRAZIE

 

 

 

 

  

 

 

 

     Nipotine di Guglielmo

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

    Se la chezetta è de file de seta

    vide de n’esse tanta tereta

    micce na coppa e nu pare de mèrre

    ca cij magneme che tutte j cumbegne.

   Se la chezetta è de file de fierre

 

    ‘nceviscia mette quà puoche de stierre

    mitte na mène alla  cuscienza

    sennò perdème la pacienza.

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

STATUA di Antonio D'Alessandro (a quando il pastore?)

 

     ALLA FONTE

     Se la chezetta è de file d'argiente

     fatte aiutà da jù sendemiende

      e ‘nghe na cossa d’ajenucce

     mecce le mastacciola che je nucce

 

     Se la chezetta è de file d'uore 

     mittece pure nu puoche d’amore

    nu repasseme addumane matina

    tu apparecchia na bella ghellina.
   

 

 

  ...e dentro!

 

In chiusura  edizione 2012

 

Recumenzèmme a ju nuvantotte

so’ quindec’enne che dème le botte

ma sta’ chezetta è cchiù speciale

perciù a nesciune vulème fa male

 

    Chezette, glorie, segn' é pagn' é pagnuttelle

    l’usanze nostre che sò le chiù belle

    fra chi l’ha viste ‘nce stà chevielle

   che ce le leva da jù cervielle

 

    C'ème davere devertute

    ma ' nghe stavuta ème fenute (lettura doppia: !)

    con questa volta abbiamo finito; oppure -  

    neanche stavolta abbiamo finito

    nu’ l’ème fatta la parte nostra

    mo’ tocca a vù de’ fa la vostra

 

   Chère huegliune aprète le recchie

   ne’ jete appriesse alle cufecchie

  candète sembre la chezetta

 

  che sia Santa e Benedetta

 

 
   Si fermò una bella stella
   sopra un lume a capannella
    i tre re dell’ oriente
   si partirono allegramente.
   E la stella….la cchiù bella
   c’è pusata alla capannella.

 

  Buona notte e così sia

  a voi tutti di famiglia

  buona notte e così sia

  vi saluta la compagnia



 Mi scuso con i naviganti ma, nel tentativo di correggere alcune imperfezioni di impaginazione ho inavvertitamente cancellato la parte successiva a questa e purtroppo non ne ho salvato copia. Per cui riprendo a memoria quanto avevo scritto. 



Abbiamo poi dedicato due speciali calzette a due fra le più belle chiese di Scanno, purtroppo chiuse a causa del terremoto di due anni fa.

La prima ha aperto la manifestazione di quest'anno e l'abbiamo scritta in onore di Sant'Antonio: 

 
Le du catene so’ scuppiate 
e a te care Antonie t’iene scasate
mò so’ tre enne che stiè sfullate
e San Custenze c’è stufate.

Ma mò faceme na’ bella culletta 
e la mettème dentre alla chezetta
cuscè a giugne grazie alla Pasquetta
Scanne rarièpe stà bella chiesetta
 
Quindi alla Madonna delle Grazie
 
Eme menute a stà bella piazzetta
e appennème na bella chezetta
alla Madonna benedetta 
che fa le grezie dentre a ‘stà chiesetta.

Ma la Madonna ‘ne l’ème truvata
ju tarramote l’ha scasata
e de secure c’è scucciata 
perciù facème passà stà nuttata.
 

Qualcuno ha osservato che non sarebbe opportuno mischiare il sacro con il profano. Noi consigliamo a questi imprudenti commentatori di leggere qualcosa, anche su internet, sui riti che prevedono canti di questua. Si accorgerà che in tutto il mondo, dal Pakistan ai Balcani, fino ai popoli Celti, per arrivare alle Alpi e a tutta la dorsale appenninica, i canti hanno sempre contenuti dissacranti, spesso a sfondo sessuale, sempre di dileggio e sfottò verso le autorità costituite. Le ritualità di passaggio hanno spesso collegamento con contenuti iniziatici, sia per i maschi che per le femmine, esigono quindi finalità emancipatrici che temperano inoltre il naturale scontro generazionale e per questo sono tollerate, anzi favorite sia dalle generazioni adulte che dai pubblici poteri. Aggiungo che anche se avessimo contribuito per un importo di cento euro al progetto  che il nostro parroco Don Carmelo sta , con fatica e convinzione, portando avanti, per riuscire ad effettuare gli interventi di consolidamento richiesti per la riapertura delle chiese, saremmo felici per la contaminazione messa in atto. Ripetiamo fino alla noia che se fosse dipeso dai "puristi" scannesi, queste tradizioni sarebbero già svanite, come stava accadendo quando, grazie all'idea di Antonio Serafini, Enzo Gentile e mia, ciò è stato evitato.

Ciò detto riportiamo anche le due strofette "incriminate quest'anno":

 

Care Pasquine t’ada calmaje

e ‘nghe la penna t’ada fermaje

ride ju maestre se j pije de mira

ma a ju lupacchiotte ce pijane i tire.

 

Povere Scanne cu t’è succiesse

giudece e dibbete te stiene appriesse

quasce fenute è ju tiembe cupe

de ju cumune ‘mmene a ju lupe.

Un modo riteniamo ironico, non offensivo, per prendere in giro i "potenti" di turno, interpretando nel contempo un disagio palpabile nella nostra comunità. Gli americani dicono:"...Se non vuoi sentire caldo non entrare in cucina"; una metafora per consigliare a chi vuole esporsi senza possedere il dono dell'autoironia,  di rinunciare e restare tranquillo in salotto. Sull'ultima "puntata" del Pasquino e Marforio (io penso che si tratti di più autori) e ribadisco che il sottoscritto, in tutta la sua vita, ha sempre firmato quello che scrive, siamo stati definiti "clowns della politica locale". Ricordandoci che la prima copertina e locandina della nostra serie di calzette fu tratta da un sussidiario delle scuole medie di mio figlio, dove era ritratto il panorama di Scanno con i due pulcinella, ci è sembrato spiritoso utilizzarlo di nuovo, anche per rammentare che è molto pericoloso prendersi troppo sul serio e che è molto meglio far ridere che far piangere il prossimo. Dobbiamo notare con rammarico che per taluni spelacchiati e stoppacciosi lupacchiotti il sussidiario è stata l'ultima lettura della vita, poiché si lasciano andare a volgarità che li fanno sempre più somigliare a sciacalli affamati. Diciamo senza spocchia alcuna che non possiamo abbassarci a questi livelli infimi: ...Aquila non capit muscas; o ancora:" De minimis non curat pretor. Siamo confortati dai tanti messaggi di solidarietà ricevuti e dal grande successo di questa quindicesima edizione.

 Al termine dei canti Stefano De Cola ha offerto, con grande generosità, una squisita e abbondante libagione al coro e ai musicanti. In occasione del graditissimo "rentuoste" ho annunciato con grande gioia che Adriano Tarullo ha accettato la proposta di subentrare l'anno prossimo nella direzione del nostro gruppo. Ovviamente questo non è un disimpegno, nè per me che per glia ltri partecipanti "storici". E' solo un modo per favorire quel ricambio che solo può garantire la continuità di una delle più belle espressioni della nostra cultura popolare.
 
GRAZIE A TUTTI: CANTORI, MUSICISTI, SIGNORE E SIGNORINE CHE HANNO RICEVUTO LE CALZETTE, OPERATORI CHE HANNO OFFERTO ABBONDANTI LIBAGIONI, SCANNESI E TURISTI CHE SFIDANO LE RIGIDITA' CLIMATICHE PER SEGUIRCI E, SOPRATTUTTO, AGLI ALTRI GRUPPI DI GIOVANI, CHE CONTINUANO A SEGUIRE QUESTA SPLENDIDA TRADIZIONE.
 
APPUNTAMENTO AL 5 GENNAIO 2012 

 

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